Doveva essere la grande prova generale della riscossa del centrosinistra. La fotografia dell’unità ritrovata. Il momento simbolico da cui lanciare la lunga corsa verso le elezioni politiche del 2027. Si è trasformato, invece, in una rappresentazione plastica di tutte le contraddizioni che attraversano il cosiddetto campo largo.
Il palco di Napoli, con Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni schierati fianco a fianco, avrebbe dovuto trasmettere l’immagine di una coalizione pronta a governare. A parlare, però, sono stati soprattutto coloro che stavano sotto il palco. Prima i disoccupati organizzati, poi gli attivisti di Potere al Popolo, che hanno interrotto ripetutamente gli interventi costringendo gli organizzatori a sospendere il comizio per diversi minuti.
È bastata una serata per smontare la narrazione di una sinistra finalmente compatta. Più che un campo largo, è apparso un campo disseminato di mine, dove ogni passo rischia di provocare una nuova esplosione politica.
Contestati dalla loro stessa galassia
L’aspetto più significativo della vicenda non è tanto la contestazione in sé. In democrazia protestare è legittimo. Il dato politico davvero interessante è un altro: i contestatori provenivano in larga misura dallo stesso universo culturale e politico della sinistra.
Da una parte chi si definisce ancora più radicale del PD e del Movimento 5 Stelle. Dall’altra quei movimenti di protesta sociale che per anni hanno rappresentato uno dei principali bacini elettorali delle forze progressiste.
Quando perfino una manifestazione organizzata per celebrare l’unità viene bloccata da gruppi che si collocano alla sinistra della sinistra, significa che qualcosa nel rapporto con quel mondo si è incrinato profondamente.
Non è un episodio isolato, ma il sintomo di una difficoltà più ampia.
L’eterna guerra delle leadership
Dietro la foto di gruppo rimane infatti irrisolta la domanda fondamentale: chi comanda davvero? Formalmente nessuno lo dice. Politicamente lo pensano tutti.
Elly Schlein rivendica la guida naturale della coalizione in quanto leader del principale partito d’opposizione.
Giuseppe Conte, però, non sembra disposto a svolgere il semplice ruolo di comprimario. Il Movimento 5 Stelle continua a presentarsi come forza autonoma e il suo presidente alterna aperture all’alleanza con periodiche prese di distanza, quasi a voler ricordare agli alleati che senza i voti pentastellati nessuna alternativa al centrodestra sarebbe numericamente possibile.
L’impressione è quella di un matrimonio celebrato prima ancora di aver deciso chi dovrà amministrare la casa (e la cassa).
Le promesse che non convincono più
Sul palco napoletano sono tornati i grandi temi della sinistra: sanità pubblica, salario minimo, redistribuzione, welfare, diritti sociali.
Temi certamente legittimi nel dibattito politico. Ma il problema, per il centrosinistra, è rappresentato dalla propria storia recente.
Negli ultimi anni Partito Democratico e Movimento 5 Stelle hanno condiviso esperienze di governo, approvato manovre economiche e promosso misure che oggi vengono giudicate in maniera molto diversa dagli stessi elettori.
Il caso del Superbonus, diventato uno dei principali terreni di scontro politico per il suo impatto sui conti pubblici, continua ad alimentare il dibattito, così come restano oggetto di valutazioni contrastanti altre politiche assistenziali adottate negli anni passati.
Per questo motivo non basta promettere nuovi interventi pubblici. Occorre convincere gli elettori che questa volta il copione sarà diverso. Ed è probabilmente proprio qui che il campo largo incontra le sue maggiori difficoltà.
La sinistra della sinistra non basta mai
Esiste poi un paradosso tutto interno al mondo progressista.
Per molti osservatori il Partito Democratico guidato da Schlein rappresenta già oggi la fase più spostata a sinistra della propria storia recente. Eppure, per Potere al Popolo e per altre realtà dell’estrema sinistra, tutto questo continua a non essere sufficiente.
È una dinamica che accompagna da decenni la politica italiana. Ogni volta che una forza progressista tenta di occupare lo spazio più radicale, nasce qualcuno che rivendica una purezza ancora maggiore. Una competizione ideologica destinata a non finire mai.
L’incognita Di Battista
Come se non bastasse, sul fronte grillino continua ad aleggiare il nome di Alessandro Di Battista. Da mesi si rincorrono indiscrezioni sulla possibile trasformazione della sua associazione Schierarsi in una vera formazione politica.
Non esistono ancora annunci ufficiali, ma l’ipotesi viene considerata con attenzione dagli osservatori politici perché potrebbe sottrarre consensi proprio all’elettorato più identitario del Movimento 5 Stelle.
Non è probabilmente un caso che Conte abbia scelto toni prudenti nei confronti dell’ex compagno di partito, evitando accuratamente di trasformarlo in un avversario diretto. In politica, soprattutto quando i sondaggi oscillano, ogni voto può diventare decisivo.
L’unità resta uno slogan
La manifestazione di Napoli avrebbe dovuto inaugurare una lunga stagione di mobilitazione nazionale. Lo farà certamente. Ma porterà con sé anche l’immagine di una coalizione costretta a difendersi dalle contestazioni provenienti dalla propria area politica ancora prima di confrontarsi con gli avversari.
Il centrodestra, osservando quella piazza, difficilmente avrà tratto motivi di preoccupazione. Perché il principale problema del campo largo sembra essere ancora interno.
Tra leadership contendibili, identità differenti, strategie spesso incompatibili e una galassia di movimenti che continua a considerare troppo moderati perfino Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, la strada verso una vera alternativa di governo appare ancora lunga.
Più che costruire un progetto comune, il centrosinistra sembra impegnato nella difficile operazione di evitare che le proprie contraddizioni esplodano.
E quando la prima uscita pubblica della coalizione viene fermata dalle proteste dei suoi vicini politici, il messaggio che arriva agli elettori è inevitabile: prima ancora di convincere il Paese, il campo largo deve convincere sé stesso.

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