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Guerra sotto il mare: l’Europa scopre il suo ventre molle

Cavi, gasdotti e infrastrutture sui fondali sono diventati obiettivi strategici. Dopo anni di incidenti e sabotaggi, Bruxelles prepara una rete comune di sorveglianza e difesa. Ma il caso Nord Stream continua a ricordare che il nemico non è sempre quello indicato per primo.

Per decenni abbiamo guardato il cielo. Aerei, missili, satelliti, droni. Nel frattempo, sotto il mare correva silenziosamente una parte essenziale della nostra civiltà: cavi per le telecomunicazioni, collegamenti Internet, gasdotti, condotte elettriche. Invisibili e, proprio per questo, terribilmente vulnerabili. Ora anche Bruxelles sembra essersene accorta.

Il 3 luglio 2026 la Commissione europea ha proposto cinque grandi progetti comuni di difesa, gli European Defence Projects of Common Interest, destinati a sviluppare capacità militari condivise tra gli Stati membri. Il finanziamento iniziale previsto attraverso l’EDIP ammonta a 325 milioni di euro complessivii. L’ambizione finanziaria complessiva dei cinque progetti arriva a circa 190 miliardi entro il 2036.

Tra questi programmi ce n’è uno particolarmente interessante: l’Integrated Maritime and Seabed Defence, IMSD, dedicato alla difesa marittima e soprattutto dei fondali.

La guerra che non si vede

Il problema è semplice. Un Paese può essere colpito senza bombardarne le città e senza mandare carri armati oltre confine. Basta interrompere alcuni dei collegamenti sui quali poggia la sua economia.

Il 99 per cento circa del traffico dati intercontinentale passa attraverso cavi sottomarini. A questi si aggiungono gasdotti, interconnettori elettrici e altre infrastrutture strategiche. Ed ecco comparire una nuova frontiera della guerra ibrida: tagliare, danneggiare, sabotare senza necessariamente lasciare una firma.

Nel febbraio 2025 Commissione europea e Alto rappresentante avevano già adottato un Action Plan on Cable Security; nel giugno successivo era stata concordata una mappatura europea e una valutazione coordinata dei rischi. Nel febbraio 2026 Bruxelles ha aggiunto una vera e propria Submarine Cable Security Toolbox, pensata per prevenzione, individuazione, risposta e riparazione.

Non si tratta più, quindi, di chiedersi soltanto chi abbia tranciato un cavo. Si vuole possibilmente scoprire chi si sta preparando a farlo.

Una sentinella sul fondo del mare

Il progetto IMSD dovrebbe mettere insieme satelliti, sensori sottomarini, sistemi di intelligence e sorveglianza, navi militari, droni di superficie e veicoli subacquei senza equipaggio. L’obiettivo è creare una fotografia quasi permanente di ciò che accade sopra e sotto le acque europee.

Una nave che rallenta inspiegabilmente sopra un cavo strategico, un’ancora trascinata sul fondale, un sommergibile non identificato o un drone subacqueo dovrebbero poter essere individuati, seguiti e, quando necessario, intercettati. È un cambiamento importante: il fondale marino diventa a tutti gli effetti un dominio militare.

Alla dimensione tecnologica si aggiunge quella industriale. Bruxelles vuole che gli Stati europei smettano di acquistare e sviluppare ciascuno i propri sistemi come se gli altri non esistessero. L’idea è arrivare a piattaforme compatibili, acquisti comuni, produzioni su scala europea e condivisione delle informazioni.

Il laboratorio del Baltico

A convincere l’Europa che il problema fosse tutt’altro che teorico è stato soprattutto il Mar Baltico. Negli ultimi anni cavi elettrici, collegamenti per telecomunicazioni e infrastrutture energetiche sono stati danneggiati in una serie di episodi che hanno alimentato il sospetto di operazioni deliberate.

La NATO ha risposto nel gennaio 2025 con Baltic Sentry, aumentando la presenza militare nell’area e utilizzando fregate, aerei da pattugliamento e droni navali per controllare le infrastrutture critiche. L’Alleanza parlò apertamente di possibili sabotaggi dei cavi e inserì questi episodi nel più vasto quadro delle minacce ibride.

Molti sospetti si sono concentrati sulla cosiddetta flotta ombra russa, la nebulosa di petroliere utilizzate per aggirare le sanzioni occidentali. Ma proprio qui occorre mantenere una distinzione fondamentale: sospetto, attribuzione politica e prova giudiziaria non sono la stessa cosa. E la storia del Nord Stream dovrebbe averlo insegnato.

Il fantasma del Nord Stream

Il 26 settembre 2022 le esplosioni che devastarono Nord Stream 1 e Nord Stream 2 mostrarono al mondo quanto possa essere vulnerabile un’infrastruttura energetica sul fondo del mare. All’inizio molti indici furono puntati verso Mosca. Quattro anni dopo, però, l’indagine tedesca ha preso una direzione molto diversa.

Nel luglio 2026 la procura federale tedesca ha incriminato Serhii K., cittadino ucraino ed ex militare, accusato di avere coordinato il gruppo che avrebbe compiuto il sabotaggio utilizzando lo yacht Andromeda. Secondo gli investigatori, l’equipaggio sarebbe stato composto da un coordinatore, un comandante dell’imbarcazione, quattro sommozzatori e uno specialista di esplosivi. L’imputato nega il proprio coinvolgimento.

E proprio negli ultimi giorni il caso ha registrato un altro sviluppo clamoroso. Il 21 agosto 2026 un altro cittadino ucraino, Vladimir Z., è stato arrestato in Croazia su mandato europeo emesso dalla Germania. Gli investigatori lo indicano come uno dei sommozzatori che avrebbero collocato gli esplosivi.

Nei giorni scorsi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ribadito che l’Ucraina non avrebbe avuto alcun ruolo nell’attentato e ha assicurato piena collaborazione con l’inchiesta tedesca. La responsabilità politica e istituzionale resta quindi materia d’indagine e contestazione. Ma un fatto ormai difficilmente può essere ignorato: l’inchiesta giudiziaria tedesca sta seguendo concretamente una pista ucraina, non quella russa che dominò buona parte delle prime interpretazioni pubbliche.

È un precedente che dovrebbe suggerire molta prudenza ogni volta che un nuovo cavo viene spezzato nel Baltico.

UE e NATO, due reti sovrapposte

La strategia europea non nasce comunque in alternativa alla NATO. Al contrario, le due architetture sono destinate a sovrapporsi. La NATO dispone della capacità militare e ha già schierato Baltic Sentry; l’Unione europea può invece utilizzare strumenti industriali, finanziari, normativi, tecnologici e civili che l’Alleanza Atlantica non possiede nella stessa misura.

In teoria è una complementarità sensata: la NATO pattuglia, l’UE finanzia, coordina e costruisce resilienza. Resta però una questione delicatissima: l’attribuzione. Sorvegliare un cavo è relativamente semplice. Stabilire con certezza chi abbia ordinato di sabotarlo può essere infinitamente più difficile. Ed è proprio in quella zona grigia che prospera la guerra ibrida.

Il nuovo fronte è negli abissi

La strategia europea parte dunque da una constatazione tardiva ma difficilmente contestabile: l’Europa possiede migliaia di chilometri di infrastrutture vitali che non può continuare a lasciare praticamente indifese sul fondo del mare. IMSD punta a trasformare quella vulnerabilità in una rete di sensori, droni, navi, satelliti e intelligence condivisa.

Resta da vedere se Bruxelles riuscirà davvero a superare la tradizionale frammentazione delle difese nazionali oppure produrrà l’ennesimo strato di sigle, comitati e coordinamenti. Perché il mare ha una caratteristica poco compatibile con la burocrazia europea: quando qualcuno taglia un cavo, non aspetta che Bruxelles finisca la riunione.

E soprattutto il caso Nord Stream lascia una lezione che vale più di molti documenti strategici: proteggere le infrastrutture è indispensabile, ma lo è altrettanto cercare il responsabile sulla base delle prove e non sulla base del nemico che politicamente fa più comodo indicare.

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Pubblicato inSicurezza

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