Semafori, stop, precedenze e clacson: avanza il “faccio come mi pare”
Basta fermarsi dieci minuti a un incrocio trafficato. Il semaforo diventa rosso? Qualcuno passa. Lo stop? Una rapida occhiata e via. La precedenza? Vedremo. Le strisce pedonali? Per alcuni sembrano decorazioni urbane. Poi ci sono pedoni che attraversano fissando il cellulare, ciclisti dalla personale interpretazione del Codice e monopattini che sembrano muoversi in una dimensione tutta loro.
La sensazione è che le regole della strada siano diventate facoltative. E i numeri dicono che il problema esiste.
Distratti e indisciplinati
Secondo l’Istat, nel 2025 in Italia si sono verificati 177.207 incidenti stradali con lesioni, il 2,2% in più rispetto al 2024. I feriti sono stati 237.822, mentre le vittime sono fortunatamente diminuite a 2.868.
Distrazione, mancato rispetto della precedenza, velocità e manovre irregolari rappresentano insieme il 43,1% delle cause rilevate.
Un tempo STOP significava fermarsi. Oggi qualcuno sembra tradurlo con: “Fermati, se proprio non hai niente di meglio da fare”. Il giallo diventa l’ultimo appello per accelerare, il rosso appena scattato era “praticamente giallo”, mentre la freccia nelle rotatorie sembra ormai un misterioso optional installato dal costruttore.
A peggiorare le cose c’è lo smartphone. Guidiamo, camminiamo, attraversiamo e pedaliamo continuando a vivere dentro uno schermo. Nel 2025, nei dati della Polizia Stradale, il 94,6% delle violazioni dell’articolo 173 riguardava proprio l’uso improprio del cellulare.
Anche i pedoni ci mettono del loro
Sarebbe però troppo facile processare soltanto gli automobilisti.
Anche molti pedoni fanno la loro parte.
C’è chi attraversa con il rosso, chi sbuca tra due automobili, chi ignora le strisce a pochi metri e chi entra sulla carreggiata senza neppure guardare.
Poi c’è il capolavoro moderno: testa bassa sullo smartphone, cuffiette nelle orecchie e fiducia pressoché teologica nel fatto che tutti si fermeranno. Una sorta di atto di fede, con la differenza che ad arrivare potrebbe essere un SUV.
Avere la precedenza, inoltre, non significa essere invulnerabili. L’automobilista deve fermarsi davanti alle strisce, ma il pedone farebbe comunque bene a controllare. In caso di errore, infatti, stabilire chi avesse ragione servirà a poco a chi avrà avuto la peggio.
La prudenza non è proprietà privata degli automobilisti.
Monopattini, il Codice a geometria variabile
Poi ci sono loro: i monopattini elettrici.
Silenziosi, rapidi e spesso imprevedibili. Li trovi sulla carreggiata, poi sulla pista ciclabile e un attimo dopo sembrano voler diventare pedoni. Il tutto, qualche volta, con cambi di direzione improvvisi che obbligano chi guida a esercitare più capacità divinatorie che automobilistiche.
Naturalmente il problema non è il monopattino in sé, né tutti coloro che lo utilizzano correttamente. Il problema è l’uso disinvolto delle regole: semafori interpretati liberamente, attraversamenti improvvisi, circolazione dove non consentita e scarsa percezione della propria vulnerabilità.
Il monopattino è un mezzo di trasporto, non un lasciapassare. Essere piccoli, agili e silenziosi non rende immuni dalle norme né, soprattutto, dalle conseguenze di un incidente.
Il concerto del clacson
E poi c’è un’altra caratteristica delle nostre strade: la nevrosi del clacson.
Scatta il verde e non hai ancora sollevato il piede dal freno? Peeeep!
Quello davanti rallenta per un pedone? Clacson.
Sta parcheggiando? Clacson.
C’è traffico? Clacson.
Davanti ci sono cinquanta automobili ferme? Naturalmente clacson.
Come se insistendo abbastanza si potesse aprire il Mar Rosso.
Uno strumento nato per segnalare un pericolo è diventato un social network automobilistico: un colpo significa “muoviti”, due “svegliati”, tre probabilmente qualcosa che è meglio non tradurre.
Dietro le strombazzate c’è soprattutto l’incapacità di aspettare. Chi ci precede non è più una persona che condivide la strada con noi: diventa l’individuo che ci sta facendo perdere trenta preziosissimi secondi.
Il Codice “fai da te”
Il vero problema è forse questo: ognuno sembra essersi costruito il proprio Codice della strada.
Decido io se il rosso è abbastanza rosso, se devo fermarmi, se posso attraversare e se posso lasciare l’auto in doppia fila “solo cinque minuti”.
Cinque minuti che, misteriosamente, sembrano una speciale categoria giuridica capace di sospendere divieti di sosta, passi carrabili e buon senso.
Nel 2025 la Polizia Stradale ha controllato più di due milioni di persone, contestato oltre 1,6 milioni di infrazioni e ritirato 63.537 patenti. I controlli servono, ma nessuna pattuglia può trovarsi dietro ogni automobile.
Possiamo modificare il Codice altre venti volte e riempire le città di telecamere. Resta una questione molto più elementare: educazione civica.
Una regola funziona davvero quando viene rispettata anche senza un vigile presente.
Per chi guida significa fermarsi al rosso, rispettare precedenze e pedoni e lasciare stare il telefono. Per chi cammina significa guardare prima di attraversare. Per ciclisti e monopattini significa ricordare che essere più vulnerabili non equivale a essere esentati dalle regole.
Non occorre molto: meno fretta, meno arroganza e più attenzione agli altri.
Il Codice della strada non è stato inventato per complicarci la vita. Serve a far tornare a casa interi automobilisti, motociclisti, ciclisti, pedoni e utenti dei monopattini.
Perché sulla strada avere ragione serve a poco se per dimostrarlo si finisce al pronto soccorso.

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