Quando lo fa Trump è protezionismo. Quando lo fa Bruxelles diventa “equità”
C’è una curiosa legge della politica europea: se Donald Trump mette i dazi, è un protezionista che minaccia il libero commercio; se li mette Bruxelles, diventano strumenti per ristabilire “equità”, “sicurezza” e “sostenibilità”. Cambia il vocabolario, non cambia un particolare piuttosto concreto: alla fine qualcuno deve mettere mano al portafoglio.
Ed eccoci ai dazi di Ursula von der Leyen.
Prendendo spunto dall’intervento di Nicola Porro, “I Dazi di Ursula”, vale la pena guardare i numeri, perché raccontano molto meglio di cento comunicati comunitari ciò che sta accadendo. L’Unione europea ha deciso di intervenire sull’enorme flusso di piccoli pacchi provenienti dai Paesi extra-UE, in particolare attraverso l’e-commerce.
Dal 1° luglio 2026 è stata eliminata la vecchia franchigia doganale per le merci sotto i 150 euro ed è entrato in vigore un dazio forfettario temporaneo di 3 euro. Il meccanismo è più insidioso di quanto possa sembrare: il prelievo riguarda le diverse categorie tariffarie di prodotti contenute nella spedizione. Lo stesso Consiglio UE porta l’esempio di un pacco con una camicetta di seta e due di lana: due categorie diverse, 6 euro di dazio.
Bruxelles spiega che la misura serve a contrastare la concorrenza sleale e l’arrivo di prodotti che spesso non rispettano le norme europee. Ursula von der Leyen ha sostenuto che l’obiettivo è ristabilire condizioni di parità per le imprese europee e tutelare i consumatori.
Argomento legittimo. Ma qui comincia il gioco delle tre carte.
Tre euro non bastavano
Dal 1° novembre dovrebbe infatti arrivare anche la nuova “handling fee europea“, cioè una commissione destinata a finanziare i maggiori costi sostenuti dalle dogane per controllare l’enorme massa di acquisti online provenienti dall’esterno dell’Unione. Il nuovo Codice doganale europeo la distingue espressamente dal dazio già esistente. La Commissione ne ha fissato l’importo in 2 euro.
Dunque prima si pagano 3 euro perché il prodotto entra, poi altri 2 euro perché qualcuno deve controllare che sia entrato.
Il contribuente europeo dovrebbe ormai conoscere la filosofia: quando compare un problema, Bruxelles trova una norma; quando compare una norma, bisogna creare una procedura; quando nasce una procedura, occorrono controlli; e quando arrivano i controlli, naturalmente, arriva anche il conto.
Formalmente questi oneri ricadono sugli operatori economici, sulle piattaforme o sugli importatori. Ma immaginare che tali costi evaporino nei bilanci delle aziende è piuttosto ingenuo. Un costo imposto alla distribuzione tende prima o poi a trasferirsi sui prezzi, sulle condizioni di vendita o sulle spese di spedizione.
E quindi sul consumatore.
E l’Italia mette il carico
Come se non bastasse, c’è il capitolo italiano.
La legge di bilancio 2026 ha previsto un ulteriore contributo di 2 euro per ciascuna spedizione fino a 150 euro proveniente da Paesi extra-UE, destinato a coprire le spese amministrative doganali. La sua applicazione è già stata rinviata più volte e, allo stato attuale, è sospesa per le merci importate prima del 1° dicembre 2026.
Così rischiamo di assistere al capolavoro: dazio europeo, commissione europea e contributo italiano.
Altroconsumo calcola che, qualora tutte le misure convivessero senza ulteriori correzioni, su una spedizione con un solo articolo si potrebbe arrivare a 7 euro complessivi di prelievi: tre europei di dazio, due europei di gestione e due italiani. Resta però aperta proprio la questione della compatibilità del contributo nazionale con la nuova tassa europea, poiché entrambi nascono per coprire costi collegati alla gestione doganale.
E qui la faccenda assume un sapore quasi comico.
Il libero mercato a giorni alterni
Sia chiaro: il problema dell’e-commerce cinese esiste. La concorrenza di colossi come Shein, Temu e altre piattaforme extraeuropee può essere fortemente squilibrata. Esistono problemi di sicurezza, controlli, contraffazione, dumping e concorrenza per i commercianti europei. La stessa Commissione denuncia milioni di piccoli pacchi e numerose irregolarità.
Ma proprio qui emerge il fallimento politico.
L’Europa ha reso costosissimo produrre in Europa e adesso cerca di difendere ciò che resta della produzione europea rendendo più costoso comprare fuori dall’Europa.
Prima energia cara, burocrazia, obblighi ambientali, regolamenti, rendicontazioni, Green Deal e montagne di adempimenti. Poi, quando le imprese europee perdono competitività, invece di chiedersi perché produrre nel Vecchio Continente sia diventato tanto difficile, si alza un’altra barriera alla frontiera.
È la medicina tipica di Bruxelles: curare con una nuova tassa i danni provocati dalle vecchie regole.
Nicola Porro aveva già evidenziato questa contraddizione parlando dei dazi americani: quando le barriere arrivano da Washington diventano il male assoluto, mentre le numerose barriere costruite dall’Unione vengono presentate sotto ben altre etichette.
Non significa che i dazi di Trump siano economicamente miracolosi. Significa semplicemente pretendere coerenza.
Se i dazi impoveriscono il consumatore quando li introduce Trump, non diventano improvvisamente benefici quando portano il timbro con le dodici stelle.
I cinesi non scappano: cambiano strategia
E i grandi venditori extraeuropei? Non sono rimasti a guardare. Shein, Temu e AliExpress stanno già adattando il proprio modello commerciale ai dazi di Bruxelles. I primi effetti sono pesanti: secondo i dati delle dogane francesi, i piccoli pacchi provenienti dalla Cina sono diminuiti del 30-40% dopo l’entrata in vigore del nuovo regime. Tra giugno e luglio i volumi sarebbero crollati del 50% per Temu, del 37% per AliExpress e del 15% per Shein.
Ma pensare che i giganti cinesi alzino bandiera bianca sarebbe ingenuo. Stanno semplicemente cambiando pelle. Shein ha aumentato i prezzi e sta rafforzando le proprie scorte direttamente in Europa, sfruttando anche il gigantesco polo logistico polacco. AliExpress ha cominciato a incorporare gli oneri doganali nei prezzi, mentre i consumatori stanno concentrando gli acquisti in ordini più consistenti.
Ed ecco il possibile paradosso dei dazi di Ursula: Bruxelles vuole frenare i colossi dell’e-commerce asiatico, ma potrebbe finire per favorirne il radicamento fisico dentro l’Europa. Chi dispone di miliardi, grandi magazzini e sofisticate reti logistiche può adattarsi. Il piccolo venditore straniero molto meno.
La merce cinese, insomma, potrebbe non scomparire affatto. Potrebbe semplicemente arrivare in Europa in container invece che in milioni di pacchettini, essere stoccata a Varsavia, Madrid o altrove e partire da lì verso le nostre case.
Bruxelles mette il dazio alla frontiera; i giganti globali cercano immediatamente un’altra strada. E alla fine resta da verificare chi sopporterà davvero il costo maggiore: le piattaforme, i venditori o, ancora una volta, il consumatore.
Alla fine paga sempre Pantalone
Bruxelles sostiene di voler proteggere il negoziante europeo dalla concorrenza sleale. Bene. Ma sarebbe forse il caso di domandarsi anche perché quel negoziante sia diventato così poco competitivo.
Forse perché deve sopportare un costo dell’energia elevato? Forse perché ogni anno aumentano gli adempimenti? Forse perché l’Unione ha trasformato la regolamentazione in una vocazione? Forse perché abbiamo costruito un sistema nel quale un piccolo imprenditore europeo deve rispettare una biblioteca di norme mentre dall’altra parte del mondo si produce a costi incomparabilmente inferiori?
È molto più semplice mettere tre euro qui, due euro là, battezzarli “equità” e presentarsi davanti alle telecamere come difensori dell’industria europea.
Il risultato rischia però di essere il solito.
Il consumatore paga di più, l’impresa affronta altra burocrazia, le dogane devono gestire un sistema ancora più complesso e Bruxelles incassa.
Il pacchetto da dieci euro ordinato online diventa così il simbolo perfetto dell’Europa contemporanea: piccolo, economico e leggero quando parte dall’Asia; appena incontra la burocrazia europea, comincia a ingrassare.
E poi ci spiegano che lo fanno per proteggerci.
Fonti principali: Commissione europea – dazio sui pacchi di valore modesto; Consiglio UE – nuove regole sui piccoli pacchi; EUR-Lex – Regolamento UE 2026/382; Consiglio UE – riforma dell’unione doganale; Camera dei deputati – contributo italiano sui pacchi.

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