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Ucraina, finiti i Patriot: Kiev presenta ancora il conto all’Occidente

Intercettori agli sgoccioli, Zelensky accusa Washington e chiede all’Europa di svuotare altri arsenali

Alla fine sono finiti anche i Patriot. O meglio: stanno finendo i missili da mettere dentro i Patriot. E con loro rischia di esaurirsi una delle più comode illusioni di questi quattro anni di guerra: quella secondo cui per risolvere ogni problema dell’Ucraina sarebbe bastato spedire un’altra arma, stanziare un altro miliardo e aspettare la svolta decisiva.

La svolta, puntualmente, non è arrivata. È arrivato invece Volodymyr Zelensky a chiedere altre armi.

Il copione ormai è consumato. Prima gli HIMARS dovevano cambiare la guerra. Poi i Leopard. Poi gli Abrams. Poi gli F-16. Poi i missili a lungo raggio. Infine i Patriot. Ogni volta annunci solenni, vertici internazionali, pacche sulle spalle e miliardi messi sul tavolo. E ogni volta, dopo qualche mese, Kiev torna alla cassa dell’Occidente perché manca qualcos’altro.

Stavolta mancano proprio gli intercettori di uno dei sistemi più sofisticati e costosi consegnati all’Ucraina.

E anziché domandarsi se una guerra condotta in questo modo sia sostenibile, Zelensky punta il dito contro Washington perché i missili non arrivano abbastanza in fretta.

È questo il paradosso che ormai diventa difficile nascondere: Kiev pretende di continuare una guerra potenzialmente indefinita utilizzando in misura decisiva denaro, intelligence, tecnologie, munizioni e arsenali altrui. E quando uno degli alleati comincia a chiudere il rubinetto, anche soltanto parzialmente, scatta immediatamente l’allarme.

L’Ucraina è infatti arrivata a una carenza critica degli intercettori utilizzati dal sistema americano, una delle poche difese efficaci contro i missili balistici russi. Il Washington Post ha riferito che il 7 ottobre Kiev avrebbe avuto appena dieci intercettori, successivamente impiegati durante gli attacchi russi.

Tecnicamente è quindi più corretto parlare di scorte quasi esaurite anziché completamente azzerate.

Politicamente cambia poco.

Perché un Patriot senza missili è un prodigio tecnologico da centinaia di milioni di dollari trasformato in un costosissimo soprammobile militare.

Ed è soprattutto il simbolo di qualcosa di molto più grande: dopo oltre quattro anni, l’Ucraina continua a combattere una guerra la cui prosecuzione dipende in misura enorme dalla disponibilità degli altri a pagarla e armarla.

E Zelensky accusa gli americani

Di fronte all’emergenza, Volodymyr Zelensky ha individuato il responsabile: Washington.

Il presidente ucraino sostiene che alcuni Paesi europei abbiano già acquistato intercettori destinati a Kiev, ma che gli Stati Uniti non abbiano ancora autorizzato il trasferimento. Secondo Zelensky, uno dei pacchetti sarebbe in attesa della firma del segretario alla Difesa Pete Hegseth.

È un passaggio politicamente significativo.

Per anni Kiev si è comportata come se l’assistenza occidentale fosse praticamente automatica. Armi, denaro, intelligence e sistemi di difesa sono progressivamente diventati non più un aiuto straordinario, ma qualcosa che il governo ucraino sembra considerare indispensabile e dovuto.

Ora che Washington rallenta, il tono cambia rapidamente.

Zelensky lamenta ritardi, limitazioni e mancate autorizzazioni. Ma resta sullo sfondo una domanda molto semplice: può uno Stato costruire una strategia di guerra indefinita sulla presunzione che altri Paesi continuino indefinitamente a fornirgli munizioni?

Il paradosso delle raffinerie russe

La contraddizione diventa ancora più evidente osservando la proposta avanzata dallo stesso Zelensky.

Kiev sarebbe disponibile a sospendere per trenta giorni gli attacchi contro le raffinerie russe se gli Stati Uniti garantissero nello stesso periodo gli intercettori Patriot necessari alla difesa ucraina.

Fermiamoci un momento.

L’Ucraina sostiene di trovarsi in una situazione drammatica perché non possiede abbastanza missili per difendersi. Contemporaneamente continua a impiegare droni e altre risorse per colpire infrastrutture energetiche nel territorio russo.

Poi propone di interrompere quegli attacchi in cambio di Patriot.

Quello che fino a ieri veniva presentato come un elemento fondamentale della strategia militare diventa improvvisamente merce negoziale. Insomma, un ricatto bello e buono.

E allora forse è legittimo domandarsi se una parte delle scelte compiute da Kiev negli ultimi anni sia stata davvero orientata a trovare una via d’uscita oppure abbia contribuito a prolungare una guerra che l’Ucraina, da sola, non possiede evidentemente le risorse per sostenere.

Una guerra combattuta con gli arsenali degli altri

Qui arriviamo al problema che troppo spesso viene nascosto dietro la retorica.

L’Ucraina dipende militarmente dall’estero in misura enorme.

Dipende dalle munizioni occidentali. Dipende dai sistemi antiaerei occidentali. Dipende da tecnologie americane. Dipende dall’intelligence degli alleati. Dipende finanziariamente da Europa e Stati Uniti.

Eppure per anni qualsiasi invito a valutare seriamente un compromesso negoziale è stato spesso liquidato come inaccettabile.

La realtà, però, è ostinata.

Se per continuare una guerra devi chiedere continuamente ad altri Paesi missili, munizioni e miliardi, prima o poi devi anche accettare che quegli stessi Paesi abbiano qualcosa da dire su come quella guerra debba essere condotta e soprattutto su come possa terminare.

Non è cinismo. È politica internazionale.

Trump non firma più assegni in bianco

Ed è precisamente questo il cambiamento introdotto da Donald Trump.

Washington non sembra più disposta a considerare ogni richiesta ucraina automaticamente prioritaria.

Trump ha aumentato la pressione su Zelensky ed è arrivato a sostenere che il presidente ucraino «non sta aiutando molto», evocando persino la possibilità che serva qualcun altro per negoziare per Kiev.

Parole durissime, impensabili durante la precedente stagione politica americana.

Ma indicano soprattutto che negli Stati Uniti si sta facendo strada una domanda che in Europa sembra ancora quasi sconveniente: dove dovrebbe condurre tutto questo?

Alla riconquista militare di ogni territorio? Alla Crimea? Alla sconfitta strategica della Russia? A una guerra di altri cinque anni?

Oppure, prima o poi, a un tavolo?

Bruxelles, invece, continua a pagare

L’Europa sembra procedere secondo il vecchio copione.

Kaja Kallas continua a indicare la difesa aerea come una priorità assoluta. Sono stati approvati programmi di acquisto che comprendono anche Patriot di futura produzione americana, mentre gli Stati europei vengono sollecitati a utilizzare ulteriormente le proprie scorte.

Il meccanismo è curioso: gli europei cedono le armi disponibili oggi e sperano di ricostituire gli arsenali domani.

Solo che i Patriot non crescono sugli alberi.

Gli intercettori richiedono capacità industriale, componenti, denaro e soprattutto tempo. E proprio Kallas ha riconosciuto che la disponibilità è limitata.

L’Europa rischia quindi di trovarsi nella posizione di chi continua a riempire un secchio senza domandarsi quanto sia grande il buco sul fondo.

Mosca aspetta

La Russia non ha bisogno di inventarsi grandi proclami sul caso Patriot.

Le basta osservare.

Dmitry Peskov ha fatto sapere che Mosca segue attentamente le oscillazioni dell’assistenza americana e le notizie relative a eventuali restrizioni tecnologiche e informative imposte a Kiev, evitando per ora conclusioni definitive.

Dal punto di vista russo, la situazione è evidente: più si incrina il rapporto tra Washington e Kiev, più migliora la posizione negoziale di Mosca.

E il Cremlino conosce perfettamente la debolezza strutturale ucraina: la Russia combatte principalmente con le proprie risorse; l’Ucraina può mantenere l’attuale intensità del conflitto soltanto finché gli alleati continuano a sostenerla.

È questo il vero tallone d’Achille di Kiev.

Il conto delle illusioni

Dopo oltre quattro anni è possibile fare qualche conto.

Le armi occidentali non hanno prodotto la vittoria annunciata. Le sanzioni non hanno provocato il collasso russo previsto da molti. La controffensiva non ha raggiunto gli obiettivi sperati. La dipendenza dell’Ucraina dall’Occidente è diventata enorme. E oggi Kiev scopre di avere sistemi Patriot che rischiano di rimanere inutilizzati perché sono finite le munizioni necessarie a farli funzionare.

La risposta di Zelensky?

Chiederne altre.

E quando non arrivano abbastanza velocemente, accusare Washington.

Forse è arrivato il momento di pronunciare una parola quasi bandita dal vocabolario europeo: limite.

Esiste un limite agli arsenali. Esiste un limite alla capacità produttiva. Esiste un limite alle risorse finanziarie. Ed esiste anche un limite alla disponibilità degli alleati a finanziare indefinitamente una strategia della quale non si vede chiaramente l’approdo.

Avere bisogno di difendersi non significa poter considerare illimitata la disponibilità degli altri a fornire denaro, missili e armi per un tempo indefinito.

I Patriot quasi esauriti non rappresentano soltanto un problema militare.

Sono la fotografia di una strategia che dopo quattro anni continua a dipendere dalla medesima formula: quando le armi finiscono, chiederne altre all’Occidente.

Prima o poi, però, anche l’Occidente potrebbe rispondere che è arrivato il momento di chiedere non un altro missile, ma una trattativa.

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Pubblicato inGuerra

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