Un figlio non si compra, non si commissiona e non si prenota. E una donna non è un’incubatrice. Eppure la maternità surrogata parte da un progetto stabilito dagli adulti prima ancora che quel bambino nasca: una donna porterà avanti la gravidanza sapendo che il neonato sarà destinato ad altri.
La chiamano “gestazione per altri”, sigla GPA. Una formula asettica, quasi burocratica. Ma dietro le parole rimane una domanda decisiva: può il desiderio, per quanto umano e comprensibile, di diventare genitori trasformarsi nel diritto di ottenere un figlio attraverso il corpo di un’altra persona?
La distinzione tra surrogazione commerciale e “altruistica” risolve soltanto una parte del problema. Nel primo caso esiste una remunerazione, nel secondo no, salvo eventuali rimborsi. Ma la questione etica va oltre il denaro.
Nessuno mette in discussione la capacità dei genitori intenzionali di amare il bambino. Il problema riguarda il principio su cui viene costruito questo percorso: esiste davvero un diritto ad avere un figlio?
Ed è precisamente su questo confine che arriva il caso del premier olandese Rob Jetten.
Il caso del premier olandese
Il premier dei Paesi Bassi Rob Jetten e il compagno, il giocatore argentino di hockey Nicolás Keenan, hanno annunciato che diventeranno genitori nel 2027 attraverso la maternità surrogata. Secondo quanto reso pubblico, nel percorso sono coinvolte una donatrice di ovociti e una diversa donna gestante, Lisa. La procedura sarebbe altruistica, senza compenso commerciale.
Nei Paesi Bassi la surrogazione non commerciale è consentita a determinate condizioni. Gli aspiranti genitori possono accordarsi privatamente con una gestante e rimborsarne le spese, mentre la promozione della surrogazione commerciale è vietata.
Il caso Jetten è particolarmente significativo proprio perché sposta la discussione oltre il tema dello sfruttamento economico. Qui, almeno secondo quanto reso pubblico, non siamo davanti alla donna povera pagata da committenti benestanti.
Resta però una procreazione nella quale i ruoli possono essere nettamente separati: una donna fornisce l’ovocita, un’altra affronta la gravidanza e altri saranno i genitori intenzionali. La medicina rende possibile questa scomposizione della maternità. Stabilire se sia anche moralmente accettabile è tutt’altra questione.
Dove è consentita
La legislazione internazionale è un mosaico. La stessa Unione europea precisa che non esiste una disciplina europea uniforme: la materia dipende dalle legislazioni nazionali.
Nel Regno Unito la surrogazione è consentita ma non può essere organizzata come attività commerciale. Possono essere riconosciute alla gestante determinate spese e gli accordi non funzionano come normali contratti commerciali coercibili. Alla nascita, inoltre, la gestante è inizialmente considerata genitore legale e il trasferimento della genitorialità avviene successivamente attraverso le procedure previste dalla legge.
In Grecia esiste un modello non commerciale sottoposto a condizioni precise e ad autorizzazione giudiziaria preventiva. In Canada è ammessa la surrogazione altruistica, mentre è vietato pagare una donna per svolgere il ruolo di gestante. Anche in Australia, pur con differenze tra Stati e territori, il modello generalmente ammesso è quello altruistico.
Negli Stati Uniti, invece, non esiste una normativa federale unica. Le regole cambiano da Stato a Stato e alcune giurisdizioni consentono accordi commerciali.
Non esiste dunque una semplice divisione tra Paesi favorevoli e contrari: cambiano compensi, rimborsi, autorizzazioni, requisiti e procedure per stabilire la genitorialità.
L’Italia ha scelto il divieto
L’Italia ha imboccato una strada decisamente diversa. La maternità surrogata era già vietata dalla legge 40 del 2004. Con la legge n. 169 del 2024, entrata in vigore il 3 dicembre 2024, il legislatore ha inoltre previsto la punibilità del cittadino italiano anche quando realizza la surrogazione all’estero.
La normativa prevede per la surrogazione pene da tre mesi a due anni di reclusione e una multa da 600.000 a un milione di euro.
È una scelta duramente contestata da chi rivendica maggiore libertà nelle decisioni procreative. La logica del legislatore italiano è però chiara: il divieto nazionale non deve poter essere aggirato semplicemente recandosi in un Paese dove la pratica è consentita.
Da Elton John a Kim Kardashian
La surrogazione è diventata particolarmente visibile anche grazie alle celebrità.
Elton John e David Furnish hanno avuto attraverso una gestante i figli Zachary ed Elijah. Kim Kardashian e Kanye West vi hanno fatto ricorso per Chicago e successivamente per il quarto figlio, dopo che i medici avevano segnalato a Kardashian i rischi di ulteriori gravidanze. Anche Sarah Jessica Parker e Matthew Broderick hanno avuto nel 2009 le gemelle Marion e Tabitha attraverso una gestante.
Sono vicende personali molto diverse e sarebbe scorretto attribuire a tutti identiche motivazioni. In alcuni casi vi sono seri problemi medici, in altri condizioni familiari nelle quali una gravidanza biologica della coppia non è possibile.
Il dato culturale, tuttavia, è evidente: una pratica un tempo eccezionale è diventata progressivamente una delle possibilità offerte dalla medicina riproduttiva e, in alcuni Paesi, dal mercato.
Francesco: «Un bambino è sempre un dono»
Su questo punto la posizione della Chiesa cattolica è inequivocabile.
L’8 gennaio 2024 Papa Francesco, parlando al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, definì la maternità surrogata una pratica «deprecabile» che «lede gravemente la dignità della donna e del figlio». E aggiunse:
«Un bambino è sempre un dono e mai l’oggetto di un contratto».
Francesco arrivò ad auspicare un impegno internazionale per proibire universalmente questa pratica.
La dichiarazione Dignitas infinita del Dicastero per la Dottrina della Fede ha ribadito il principio, sostenendo che attraverso la maternità surrogata il bambino rischia di diventare «un mero oggetto» e respingendo esplicitamente l’idea di un “diritto al figlio”.
È forse questo il passaggio che meglio distingue due concezioni opposte della procreazione. Da una parte la crescente capacità tecnica di superare i limiti biologici; dall’altra il principio cristiano secondo cui la vita umana non può essere ridotta al soddisfacimento di un progetto individuale.
Il limite che non vogliamo più accettare
La sofferenza di chi desidera un figlio e non può averlo merita rispetto. Non serve caricaturarla né giudicare la qualità delle famiglie che nasceranno attraverso questi percorsi.
Ma proprio per questo il dibattito dovrebbe liberarsi dagli slogan.
La maternità non è un servizio e il corpo femminile non può diventare semplicemente uno strumento riproduttivo. La possibilità tecnica di realizzare qualcosa non risolve automaticamente la domanda sulla sua liceità morale.
La tradizione cristiana pone un limite molto semplice: la vita si riceve, non si pretende.
Papa Francesco lo ha condensato in poche parole: «Un bambino è sempre un dono».
Forse è da lì che bisognerebbe ripartire. Non chiedendoci soltanto fin dove possa arrivare il desiderio degli adulti, ma ricordandoci che al centro di tutta questa sofisticata architettura medica, giuridica e linguistica c’è una persona che non ha chiesto di far parte di alcun contratto: il bambino.

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