Hanno dodici, quindici, diciassette anni. Devastano, saccheggiano e filmano tutto. Ma prima dei ragazzi vengono gli adulti
Spaccano vetrine, devastano negozi, affrontano la polizia. E filmano tutto con lo smartphone.
Dopo i due giorni di disordini del 17 e 18 ottobre a Milano, il bilancio aggiornato parla di 271 persone accompagnate in Questura, 220 delle quali minorenni. Per 34 minori è stato convalidato l’arresto. Numeri che rendono difficile archiviare tutto sotto l’etichetta rassicurante dei “pochi facinorosi”.
Possiamo discutere di periferie, disagio, immigrazione, social, rabbia e politica. Ma prima viene una domanda molto più scomoda: dove sono gli adulti? E, soprattutto, dove sono i genitori?
Non sono tutti poveri o figli delle periferie
Non esiste un identikit unico.
Tra i protagonisti delle violenze troviamo italiani e giovani di origine straniera, ragazzi delle periferie, soggetti già conosciuti dalle forze dell’ordine e incensurati. La Questura di Milano ha descritto gruppi di giovanissimi, molti travisati e vestiti di nero; nelle violenze di sabato 17 ottobre almeno duemila ragazzi avrebbero partecipato, in diverse fasi, alle azioni più aggressive. Tra gli arrestati di quella giornata figuravano anche minorenni.
Sarebbe quindi semplicistico trasformare tutto in un problema di immigrazione, così come sarebbe ingenuo negare il peso di marginalità, integrazione difficile e degrado di alcune periferie.
Il sociologo Maurizio Ambrosini sottolinea infatti che la componente di origine immigrata è numerosa e visibile, ma non esaurisce il fenomeno: sono coinvolti anche ragazzi italiani e giovani della classe media.
«Sono solo ragazzini»: proprio questo è il problema
Su questo punto interviene anche Il Timone, con un articolo dal titolo eloquente: I vandali di Milano, per Repubblica son solo ragazzini.
Il tema sollevato è importante perché riguarda il modo in cui raccontiamo la violenza minorile.
Definirli “ragazzini” è anagraficamente corretto. Ma la giovane età non può diventare un anestetico linguistico. Anzi, dovrebbe produrre l’effetto contrario.
Il fatto grave non è che a devastare Milano siano stati degli adulti travestiti da adolescenti. Il fatto grave è precisamente che fossero adolescenti.
Un quindicenne resta un quindicenne quando impugna un libro, ma resta un quindicenne anche quando sfonda una vetrina. La minore età comporta naturalmente un trattamento giuridico differente, ma non trasforma una devastazione in una ragazzata.
E qui torna la famiglia.
Perché se il protagonista ha quindici anni, la domanda sugli adulti che gli stanno attorno diventa ancora più inevitabile.
Ma i genitori dove sono?
Non significa che dietro ogni adolescente violento vi siano genitori irresponsabili. Sarebbe falso e ingiusto.
Ma quando un quindicenne trascorre ore nel centro di una città, incappucciato, dentro un gruppo che saccheggia negozi e affronta la polizia, è legittimo chiedersi quanto in famiglia si sappia dove sia, chi frequenti, quali ambienti digitali segua e che cosa faccia.
Per decenni abbiamo guardato con crescente sospetto l’autorità, la disciplina e persino il “no”. Troppi genitori hanno preferito essere amici dei figli anziché assumersi il compito, molto più ingrato, di educarli.
Poi abbiamo consegnato loro uno smartphone.
Quando la famiglia arretra, qualcun altro occupa lo spazio: il gruppo, il branco, TikTok, Telegram, l’influencer, la strada.
Rabbia e marginalità
La procuratrice minorile di Torino Emma Avezzù, parlando dei giovani coinvolti negli assalti alle scuole, li ha definiti «giovani pieni di rabbia», sottolineando la percezione di marginalità sociale che emerge dalle loro storie.
Il paradosso è evidente: si devasta proprio la scuola, cioè uno degli strumenti che potrebbero consentire di uscire da quella marginalità.
Si distrugge la porta attraverso la quale si potrebbe entrare nella società.
Piantedosi: «Crisi di riferimenti, di autorità educative, di prospettive»
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi mette in guardia dal ridurre tutto alla povertà.
La sua analisi è più ampia: «Si tratta senza dubbio di segnali che richiamano una più profonda crisi di riferimenti, di autorità educative, di prospettive».
Piantedosi osserva che le sottoculture violente possono trovare terreno fertile in situazioni di disagio «non sempre riconducibili a logiche di difficoltà economica e di marginalità sociale», ma anche nell’emulazione e nella ricerca di «affermazione e visibilità».
E dopo gli ultimi disordini il ministro ha alzato ulteriormente i toni, parlando di «professionisti del disordine» e assicurando: «Anche i minorenni non resteranno impuniti».
Il punto è proprio questo: si può avere uno smartphone costoso, vestiti firmati e ogni comodità materiale ed essere poverissimi di riferimenti.
Lo Stato può finanziare scuole e palestre, presidiare le piazze e fermare chi delinque. Non può sostituire la famiglia.
La repressione arriva alla fine. L’educazione dovrebbe arrivare all’inizio.
La rivoluzione del like
Lo psichiatra e psicoterapeuta Leonardo Mendolicchio ha richiamato il rapporto fra fragilità giovanile e mondo virtuale.
La violenza oggi non deve soltanto essere compiuta: deve essere mostrata.
Si distrugge mentre qualcuno filma. Si affronta la polizia davanti allo smartphone. Il video viene pubblicato e diventa un trofeo. Le ricostruzioni di questi giorni descrivono gruppi che utilizzano TikTok, Telegram, Discord e Signal per comunicare e, in alcuni casi, coordinarsi.
Il vecchio bullo voleva impressionare gli amici del quartiere. Quello nuovo può cercare l’approvazione di migliaia di sconosciuti.
È la rivoluzione del like.
«Mancano famiglia e comunità»
Don Giuseppe Como, vicario episcopale per l’Educazione dell’arcidiocesi di Milano, individua ciò che a suo giudizio manca a molti di questi ragazzi: «Un vissuto familiare solido e una comunità di riferimento».
E aggiunge: «Si muovono in gruppo, ma con una logica più di branco che di comunità».
Como precisa inoltre che, «da quanto si capisce», si tratta in gran parte di minorenni senza particolari orientamenti politici.
Questo aiuta a comprendere un altro aspetto. Manifestazioni, occupazioni e cortei possono offrire l’occasione e gruppi antagonisti organizzati possono tentare di cavalcare la rabbia. Ma molti di questi giovanissimi non sembrano avere una vera formazione ideologica.
Non sono necessariamente i nuovi sessantottini. Il Sessantotto aveva ideologie, leader e un progetto politico, discutibile quanto si vuole. Qui vediamo spesso qualcosa di più elementare: branco, emulazione, sfida, noia e ricerca di visibilità.
Non bisogna conquistare il Palazzo d’Inverno.
Basta conquistare TikTok.
Le nostre «banlieue»
Maurizio Ambrosini insiste sull’emarginazione e sulla paura del futuro come fattori capaci di alimentare la rabbia.
La sua osservazione più forte è: «Abbiamo scoperto, forse per la prima volta in questa misura, le nostre banlieue».
Periferie degradate, difficoltà scolastiche, integrazione problematica, famiglie fragili e assenza di prospettive possono certamente alimentare il fenomeno.
Ma c’è un confine che non può essere cancellato.
Spiegare non significa giustificare.
Essere poveri non autorizza a saccheggiare. Sentirsi emarginati non autorizza a distruggere una scuola. Essere minorenni non trasforma un reato in una marachella.
Ed è proprio qui che la provocazione sollevata dal Timone acquista senso: attenzione a non utilizzare la parola “ragazzini” come se bastasse l’età a diminuire automaticamente la gravità di ciò che vediamo.
Sono ragazzini?
Sì. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci ancora di più.
L’amore non significa permettere tutto
La tradizione cristiana ha sempre tenuto insieme amore e responsabilità.
Amare un figlio non significa evitargli qualsiasi frustrazione. Significa insegnargli il bene e il male, il rispetto, l’autorità, il sacrificio e il limite.
Significa anche dire no.
Naturalmente esistono genitori esemplari che, nonostante ogni sforzo, si trovano davanti figli difficili. Nessuno può trasformare automaticamente un ragazzo violento nella prova di una famiglia fallita.
Ma davanti a 220 minorenni condotti in Questura in due giorni nella sola Milano, la questione educativa non può più essere nascosta dietro formule consolatorie.
La polizia interviene quando la vetrina è già stata sfondata. Il magistrato quando il reato è stato commesso.
Prima vengono gli adulti.
Prima vengono presenza, esempio, regole e responsabilità.
Possiamo parlare di disagio, marginalità, integrazione, fragilità psicologica e social. Dobbiamo farlo.
Ma forse occorre recuperare una parola molto più semplice: educazione.
Perché la polizia può riportare l’ordine in una piazza.
L’ordine dentro un ragazzo si costruisce molto prima. E comincia a casa.

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