La povertà ha cambiato volto
C’è un numero che dovrebbe farci molto più rumore di tante polemiche che riempiono giornali e televisioni: 1 milione e 136 mila. Sono i bambini e i ragazzi italiani che nel 2025 vivevano in condizioni di povertà assoluta. Non significa avere meno giocattoli, rinunciare all’ultimo smartphone o non poter andare in vacanza. Significa vivere in una famiglia che non riesce a sostenere con continuità le spese considerate essenziali per una vita dignitosa.
Secondo gli ultimi dati Istat, il 12,5% dei minori residenti si trova in questa condizione. Il dato è sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente e, come sottolinea Openpolis, rimane su livelli storicamente altissimi. Nel complesso sono oltre 5,4 milioni gli italiani in povertà assoluta, pari al 9,3% della popolazione.
La cosa più impressionante è il rovesciamento avvenuto nel corso degli ultimi vent’anni. Un tempo erano soprattutto gli anziani a essere considerati la parte economicamente più fragile della società. Oggi la povertà colpisce proporzionalmente molto di più bambini, adolescenti e famiglie giovani. È quasi un paradosso: abbiamo costruito una società che parla continuamente del futuro e contemporaneamente rende più difficile la vita proprio a coloro che quel futuro dovranno abitarlo.
Più figli, più aumenta il rischio
I numeri raccontano anche un’altra realtà che dovrebbe interrogare un Paese alle prese da anni con una drammatica crisi demografica: avere figli può trasformarsi in un potente fattore di vulnerabilità economica.
Nel 2025 erano oltre 656 mila le famiglie povere con almeno un minorenne. Tra le coppie con un solo figlio minore l’incidenza della povertà assoluta è del 7,8%; sale al 10% con due figli e arriva al 17,7% quando i figli sono almeno tre. Nelle famiglie monogenitoriali raggiunge l’11,6%.
È un cortocircuito evidente. L’Italia ha sempre meno bambini, ma proprio le famiglie che ne hanno di più risultano maggiormente esposte alle difficoltà economiche.
E non si tratta soltanto di quanti poveri ci siano, ma di quanto siano poveri. Nelle famiglie con minori in povertà assoluta la spesa disponibile resta mediamente del 21,6% sotto la soglia necessaria, contro il 18,5% dell’insieme delle famiglie povere.
La casa diventa una trappola
Uno dei dati più impressionanti riguarda l’abitazione. Tra le famiglie con minori che vivono in affitto, quasi tre su dieci – il 28,7% – sono in povertà assoluta. Tra quelle proprietarie dell’abitazione la percentuale scende invece al 6%.
Basta poco per comprendere il perché. Affitto, bollette, spesa alimentare, trasporti, libri scolastici, vestiti, visite mediche, attività sportive: quando il reddito è basso o dipende da un solo stipendio, ogni aumento diventa una piccola emergenza domestica.
Anche il lavoro resta determinante. Se la persona di riferimento della famiglia è un operaio o assimilato, la povertà assoluta arriva al 15,5%; se non lavora o cerca un’occupazione raggiunge il 21,1%.
Esistono poi differenze molto forti legate alla cittadinanza. Nelle famiglie con minori composte esclusivamente da italiani la povertà assoluta riguarda il 7,8%; tra quelle composte esclusivamente da stranieri raggiunge il 31,4%. È un dato troppo grande per essere ignorato e necessario per comprendere correttamente la composizione del fenomeno.
Non è soltanto questione di denaro
La povertà di un bambino non finisce nel portafoglio dei genitori. Diventa facilmente povertà educativa.
Significa avere meno possibilità di praticare sport, frequentare corsi, acquistare libri, partecipare alle gite scolastiche, utilizzare servizi educativi, trascorrere vacanze o semplicemente condividere le stesse esperienze dei propri coetanei. Ed è qui che la povertà rischia di diventare ereditaria.
Un bambino che cresce con minori opportunità educative rischia di arrivare all’età adulta con strumenti più deboli, incontrare maggiori difficoltà nel mercato del lavoro e costruire a sua volta una famiglia economicamente fragile. Il basso livello d’istruzione, ricorda Openpolis, riduce infatti le possibilità di accedere a lavori qualificati e meglio retribuiti.
Il problema italiano si inserisce peraltro in un quadro europeo tutt’altro che rassicurante. Secondo Save the Children, il 27,1% dei minori italiani è a rischio di povertà o esclusione sociale, un indicatore diverso dalla povertà assoluta ma altrettanto significativo. Nell’Unione europea riguarda circa 19,5 milioni di minori.
Quando la famiglia diventa un lusso
Dietro le percentuali ci sono tavole dove si fa attenzione a ciò che si mette nel carrello, genitori che rimandano una spesa, ragazzi che rinunciano allo sport, famiglie che sperano che non si rompa la lavatrice perché anche poche centinaia di euro possono mandare in tilt il bilancio del mese.
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: la povertà minorile sta diventando una componente strutturale della società italiana.
Non basta quindi misurarla una volta all’anno. Occorre ricostruire una società nella quale formare una famiglia e mettere al mondo dei figli non significhi esporsi automaticamente a maggiori rischi economici. Servono lavoro stabile, salari adeguati, abitazioni accessibili, asili, scuole efficienti e reti familiari e comunitarie capaci di sostenere chi attraversa un momento difficile.
Perché una società può essere giudicata da molti indicatori economici. Ma ce n’è uno molto più semplice: come tratta i propri bambini.
E quando oltre un milione di loro cresce nella povertà assoluta, nessuno dovrebbe voltarsi dall’altra parte.

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