Immaginate Ursula von der Leyen, l’instancabile presidente della Commissione europea, che, con il suo fiuto da grande navigatrice dei mari burocratici d’Occidente, ha colto l’essenza del momento: è ora di “mettere il turbo” alla nostra fabbrica di armi. Sì, perché, a quanto pare, l’Europa deve trasformarsi in una sorta di Iron Man continentale, pronta a fronteggiare l’ombra minacciosa della Russia con un’armatura scintillante di nuovi giocattoli bellici.
E come faremo? Oh, semplice: centralizzando tutto. Gli acquisti di armamenti verranno decisi nel cuore pulsante dell’Europa, Bruxelles, dove evidentemente si sono stufati di gestire solo questioni noiose come normative su cetrioli e banane e hanno deciso di passare alle cose serie: missili, tank e chi più ne ha più ne metta. E gli Stati membri? Oh, loro pagano e si indebitano, tanto poi a spendere e spandere ci pensa mamma Bruxelles, proprio come durante la grande festa dei vaccini e il divertente gioco del “Chi trova un fornitore di gas naturale”.
Ah, le armi! Non più solo strumenti di distruzione, ma veri e propri generatori di cash. Perché, ricordiamoci, “finché c’è guerra, c’è speranza”. Questa frase, che sembrerebbe uscita da un film di Alberto Sordi in cui interpreta un allegro mercante di morte, riassume perfettamente la filosofia che sta dietro il business bellico: vendi armi, fai soldi. E l’Europa, con il suo nuovo entusiasmo per gli acquisti congiunti, sembra pronta a diventare il protagonista di una commedia nera sull’industria della difesa.
Ma non finisce qui. L’Europa, con il suo budget bellico che lievita come un panettone, è pronta a raggiungere l’obiettivo del 2% del PIL in spese militari, per non far sentire troppo solo il contribuente americano nel sostegno alla difesa continentale. E pensare che in dieci anni, le spese militari sono già schizzate alle stelle, quasi come se fossero missili in fase di test.
Ora, il bello viene quando scopriamo che metà di questo arsenale viene dall’altro lato dell’Atlantico. Insomma, l’Europa si arma, ma con un bel “Made in USA” stampato sul manuale di istruzioni. E mentre ci arrabattiamo a capire in quali tasche finiscano questi soldoni, ecco che spunta la questione dei proiettili d’artiglieria per l’Ucraina, con la Slovacchia che, in mancanza d’alternative, si lancia in un’avventuroso shopping globale, forse in India, forse chissà dove.
Ma Bruxelles, con quel suo olfatto per gli affari, non è nuova a queste danze. Dal Fondo Europeo per la Difesa ai miliardi destinati all’Ucraina, è chiaro che il business degli armamenti è più fiorente che mai. E Ursula von der Leyen, con la sua visione di un’Europa armata fino ai denti ma gestita con “massima discrezione” (perché, si sa, di armi è meglio non parlare troppo apertamente), sembra pronta a giocarsi questa partita.
Mentre a Bruxelles si sogna di commissari europei alla Difesa e di portafogli gonfi di euro, noi restiamo qui a chiederci: ma in questa corsa all’armamento, non stiamo forse dimenticando qualcosa? Magari un po’ di quella vecchia, cara diplomazia, o, chissà, l’idea che forse, ma solo forse, costruire un futuro migliore potrebbe non richiedere necessariamente di passare per l’industria delle armi. Ma che dico: sciocchezze! Allacciatevi le cinture, perché l’Europa ha deciso di mettere il turbo. E speriamo solo che sia nella direzione giusta.

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