Ventotto condanne. Ottantotto anni di reclusione complessivi. Il processo Askatasuna ha preso una piega pesante come un macigno e la pm Emanuela Pedrotta, durante la requisitoria, non ha usato giri di parole: “La violenza è il cuore del centro sociale”. Tradotto: più che un laboratorio culturale, Askatasuna sarebbe una vera e propria palestra di “professionisti della violenza”.
Chi sono? Perché combattono? E soprattutto: combattono davvero per una causa o per apparire in copertina? Da Torino alla Val di Susa, la linea è sottile, e pare sempre più sfumata tra l’ideologia e il protagonismo. A osservare la situazione, viene da chiedersi se siamo di fronte a eroi romantici o a picchiatori da reality show.
La scena del crimine: cosa resta di Askatasuna?
Askatasuna non è certo una novità per chi mastica la cronaca italiana. È uno dei centri sociali più noti e discussi del Paese. Si trova nel cuore di Torino, tra striscioni, scritte sui muri e quell’atmosfera vagamente anarchica che piace tanto a chi ama la controcultura.
Per alcuni, – pochi – è un faro di lotta sociale. Per altri – i più – una “fabbrica di violenza”. La pm Pedrotta lo ha detto chiaro e tondo: “La violenza è il loro elemento fondante”. Non è un’accusa da poco. La requisitoria ha dipinto un quadro inquietante, dove le manifestazioni contro la TAV in Val di Susa diventano il palcoscenico perfetto per mettere in scena scontri, guerriglie e, soprattutto, per guadagnare visibilità.
A quanto pare, non è solo una lotta contro i binari, ma contro tutto e tutti. Un gioco al massacro dove l’obiettivo principale è finire sui giornali, magari con una bella foto in prima pagina, il viso coperto e una spranga in mano.
La violenza come professione? Ma allora lavorano!
Ora, fermi tutti. Diamo credito dove credito è dovuto: “professionisti della violenza” suona quasi come un complimento. Perché diciamolo, in un Paese dove trovare lavoro è più difficile che parcheggiare a Torino in orario di punta, almeno loro un mestiere l’hanno trovato. Faticoso, certo, ma pur sempre un mestiere: lanciare pietre, costruire barricate, affrontare la polizia in Val di Susa. Altro che disoccupati: qui si suda davvero!
Ovviamente, la pm non intendeva lodare la loro intraprendenza. Quella dei “professionisti della violenza” è un’accusa grave. Non sono più semplici manifestanti o attivisti. Sono individui che, secondo l’accusa, hanno fatto della violenza un sistema. La lotta alla TAV è solo il pretesto: un grande evento mediatico da sfruttare, un po’ come Sanremo, ma con meno canzoni e più bombe carta.
La Val di Susa: il Grande Fratello della protesta
E qui veniamo al punto: perché proprio la Val di Susa? Perché la lotta contro la TAV è diventata così simbolica? E perché attira così tanta gente che, con la Val di Susa, non c’entra nulla?
La risposta, secondo l’accusa, è semplice: visibilità. La Valle è la location perfetta per chi vuole farsi notare. Non importa se della linea ferroviaria ad alta velocità sanno poco o nulla; l’importante è esserci, possibilmente davanti a una telecamera, a urlare slogan e a lanciare qualche sasso.
Se la protesta è lo spettacolo, la Val di Susa è il palco, il teatro, l’Hollywood dell’attivismo. E qui Askatasuna recita il ruolo da protagonista, con tanto di copione: caschi, fumogeni, scontri. La scenografia? Boschi, binari, e tante, tantissime foto da condividere sui social.
Ma questa è rivoluzione o spot pubblicitario?
C’è un paradosso che fa riflettere: i membri di Askatasuna si presentano come paladini della giustizia sociale, difensori dei deboli contro il sistema. Ma quanto c’è di vero? È possibile difendere una causa con gli stessi strumenti di chi si vuole combattere?
Perché è facile gridare alla rivoluzione con il volto coperto e un fumogeno in mano. Più difficile è costruire qualcosa di concreto, sedersi a un tavolo e proporre soluzioni. La rivoluzione non si fa a bastonate: si fa con le idee. Ma le idee, si sa, sono molto meno fotogeniche dei fumogeni.
Il processo e i numeri: ottantotto anni di verità?
Le richieste della pm Pedrotta sono pesanti come un macigno. Ventotto imputati, ottantotto anni di carcere complessivi. Cifre che fanno tremare i polsi. Eppure, una parte dell’opinione pubblica continua a vedere Askatasuna come un baluardo di libertà.
Ma attenzione: libertà da cosa? E libertà per chi? Il diritto di manifestare è sacrosanto, ma quando la violenza diventa sistematica, non si chiama più protesta. Si chiama reato. E lo Stato, piaccia o no, ha il dovere di intervenire.
La requisitoria ha messo in luce episodi, fatti e circostanze che non lasciano molto spazio ai dubbi. Se anche solo metà delle accuse venisse confermata, Askatasuna non sarebbe più solo un centro sociale, ma qualcosa di molto più oscuro.
Cultura o guerriglia? La missione (persa) dei centri sociali
Un tempo, i centri sociali avevano un ruolo importante. Erano spazi di cultura alternativa, luoghi di aggregazione per chi non si sentiva rappresentato. Si faceva musica, arte, politica. Si discuteva, si pensava, si sognava.
Oggi, però, quella missione sembra essersi persa. Askatasuna ne è l’esempio più lampante. Secondo l’accusa, la violenza è diventata il loro marchio di fabbrica. Non più cultura, ma guerriglia. Non più idee, ma fumogeni. Non più politica, ma scontri.
E allora viene da chiedersi: cosa resta dei centri sociali? Se la risposta è quella che ci arriva da questo processo, la situazione è desolante. Perché non c’è nulla di nobile o rivoluzionario nel lanciare pietre contro un poliziotto. Nulla di alternativo nel distruggere e vandalizzare.
I veri perdenti: chi lotta davvero per una causa
C’è un altro aspetto che merita attenzione. Mentre i “professionisti della violenza” giocano alla rivoluzione, chi combatte davvero per un ideale rischia di essere travolto dal fango.
La lotta alla TAV, ad esempio, è una questione seria, complessa, che coinvolge comunità locali, esperti, ambientalisti. Ma tutto questo finisce in secondo piano quando a dominare la scena sono le immagini degli scontri, delle barricate, dei volti coperti.
E così, il messaggio si perde. I veri perdenti, alla fine, sono quelli che credono davvero in una causa e la vedono trasformata in uno show violento e vuoto.
Askatasuna: simbolo di che cosa?
Ricapitolando: il processo Askatasuna non è solo una vicenda giudiziaria. È un simbolo di qualcosa di più grande. È il simbolo di un’Italia in cui la protesta, fomentata ad hoc da certa parte politica, degenera sempre più spesso in violenza. Di un’Italia in cui la cultura del “contro” prevale su tutto. Di un’Italia in cui, per apparire, si è disposti a tutto, anche a distruggere.
Askatasuna non è il primo centro sociale a finire sotto accusa e, probabilmente, non sarà l’ultimo. Ma questa vicenda dovrebbe far riflettere: è questo il futuro dell’attivismo? È questa la società che vogliamo costruire?
La rivoluzione delle idee (senza bastoni)
Mentre il processo va avanti, una cosa è certa: la violenza non è mai la risposta. Non lo è stata in passato e non lo sarà in futuro. La vera rivoluzione si fa con le idee, con il dialogo, con la cultura.
Se Askatasuna ha davvero fallito nella sua missione – come sostiene l’accusa – è perché ha dimenticato questo principio fondamentale. La violenza può attirare l’attenzione, certo. Può portare visibilità, applausi e qualche like sui social. Ma non cambia nulla. Anzi, peggiora le cose.
La vera lotta richiede coraggio. Non il coraggio di lanciare un sasso, ma quello di costruire qualcosa di migliore. Perché, alla fine, il mondo non si cambia con i fumogeni. Si cambia con le idee.
E voi, da che parte state? Con chi costruisce o con chi distrugge?
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