C’è qualcosa di quasi surreale nella decisione del governo spagnolo di Pedro Sánchez di ripristinare i controlli alle frontiere aeree e marittime con l’Italia. E c’è qualcosa di ancora più paradossale nel fatto che sia stato il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska a comunicare formalmente a Bruxelles il provvedimento, entrato in vigore alla mezzanotte dell’8 agosto e destinato, almeno per ora, a durare fino al 7 settembre.
Perché mentre Madrid si preoccupa improvvisamente dei passeggeri provenienti dall’Italia, a Ceuta, territorio spagnolo e dunque frontiera esterna dell’Unione europea, la situazione viene definita dal suo stesso presidente Juan Jesús Vivas «assolutamente insostenibile». Migliaia di migranti sono ancora sparsi per strade, quartieri, spiagge e montagne, mentre si teme persino una nuova mobilitazione attraverso i social network.
Insomma, Madrid scruta Roma col binocolo mentre dovrebbe guardare dalla finestra. Ed è proprio questo il punto politico della vicenda.
La ritorsione di Madrid
La decisione spagnola arriva dopo il rifiuto italiano di ritirare i controlli introdotti il 1° agosto in seguito alla gigantesca crisi migratoria esplosa a Ceuta. Il governo Sánchez aveva intimato a Roma di tornare sui propri passi, prospettando in caso contrario «misure proporzionali».
Roma ha risposto senza troppi giri di parole. Palazzo Chigi ha fatto sapere che «l’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale ed il controllo delle frontiere», aggiungendo che i controlli non sarebbero stati rivisti almeno fino al 15 agosto, quando le stesse autorità spagnole ritengono credibile il rischio di una nuova mobilitazione migratoria verso Ceuta.
Madrid è quindi passata dalle parole ai fatti. Grande-Marlaska ha comunicato alle istituzioni europee il ripristino temporaneo dei controlli negli aeroporti e nei porti spagnoli collegati direttamente con l’Italia, giustificandoli con la pressione migratoria sulla rotta del Mediterraneo centrale e con possibili conseguenze per «l’ordine pubblico e la sicurezza interna».
Ed è qui che la vicenda assume contorni quasi grotteschi. La Spagna contesta all’Italia il diritto di proteggersi dalle conseguenze di una crisi migratoria esplosa in territorio spagnolo e, per rappresaglia, decide di proteggersi dall’Italia invocando… il rischio migratorio. Il cortocircuito politico è servito.
Tutto ciò mentre il primo ministro spagnolo è in vacanza a Lanzarote intento a gingillarsi con le sue playlist.
Il problema è a Ceuta
Prima di impartire lezioni a Roma, il governo Sánchez dovrebbe forse prendere un aereo per Ceuta.
Non serve neppure affidarsi alle ricostruzioni della stampa italiana. Basta leggere El País, quotidiano certamente non sospettabile di simpatie meloniane.
Il giornale spagnolo riferisce che Juan Jesús Vivas, presidente della città autonoma, ha descritto una realtà drammatica: migliaia di persone che vagano per le strade, nei quartieri, sulle montagne e sulle spiagge, prive di un tetto e dei beni essenziali, con conseguenze sulla sicurezza, sulla quotidianità dei residenti e sulla stessa convivenza civile.
Vivas non si è limitato alla diagnosi. Ha indicato anche la terapia: rimandare in Marocco coloro che sono entrati illegalmente e sono rimasti a Ceuta, anche per evitare un ulteriore effetto richiamo.
Queste parole hanno un peso enorme perché non arrivano da Giorgia Meloni, da Matteo Piantedosi o da qualche esponente della destra italiana. Arrivano da Ceuta. E descrivono esattamente il problema che Madrid sembra voler minimizzare quando discute con Roma.
I numeri che non tornano
C’è poi un particolare ancora più imbarazzante. Il ministero dell’Interno spagnolo sostiene che, delle circa 72.000 persone entrate a Ceuta, circa 70.000 sarebbero già rientrate in Marocco, lasciandone approssimativamente duemila sul territorio. Ma la situazione sul terreno sembra assai meno rassicurante.
Secondo quanto riportato da El País, soltanto in una zona della costa la Croce Rossa aveva distribuito oltre 2.500 razioni in una giornata, peraltro insufficienti, mentre polizia e operatori umanitari parlavano di più di duemila persone presenti in quel singolo tratto. Lo stesso ministero spagnolo riconosce che i propri numeri hanno carattere estimativo.
Il Secolo d’Italia, nell’articolo di Paolo De Maria, “Emergenza a Ceuta, ‘El País’ documenta l’invasione: ‘La convivenza con i migranti è insostenibile’”, mette giustamente in evidenza questa contraddizione tra i numeri ufficiali e la situazione descritta sul terreno.
E allora la domanda sorge spontanea: se neppure Madrid è in grado di stabilire con ragionevole certezza quante persone siano effettivamente rimaste a Ceuta, perché l’Italia dovrebbe rinunciare precauzionalmente ai controlli?
Ottantadue morti
La tragedia, peraltro, non può essere ridotta a un semplice braccio di ferro diplomatico fra Meloni e Sánchez. Secondo l’aggiornamento dell’8 agosto riportato da El País, l’Istituto di Medicina Legale di Ceuta ha concluso le autopsie su 82 persone morte in mare nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo durante la crisi. Ottantadue morti.
Dietro questa cifra ci sono uomini e famiglie, ma c’è anche il fallimento di un sistema nel quale migliaia di persone vengono indotte a credere che sia sufficiente raggiungere fisicamente una frontiera europea per conquistarsi automaticamente un futuro nel continente.
L’immigrazione incontrollata non è umanitaria. È spesso esattamente il contrario. Quando lo Stato perde il controllo della frontiera, prosperano trafficanti, organizzazioni criminali, sfruttatori e propagandisti dell’immigrazione clandestina. E a pagare sono sia coloro che partono sia le comunità che ricevono improvvisamente flussi impossibili da assorbire.
Il Marocco e la frontiera colabrodo
C’è poi il convitato di pietra: Rabat.
È un particolare tutt’altro che secondario. Perché dimostra quanto l’immigrazione possa diventare uno strumento di pressione geopolitica.
Una frontiera esterna dell’Europa può essere messa sotto pressione in poche ore da decine di migliaia di persone. E quando accade, le conseguenze non appartengono più soltanto allo Stato direttamente coinvolto. È precisamente per questo che la reazione italiana non può essere liquidata come una bizzarria propagandistica.
Roma non è una succursale di Madrid
Il governo italiano ha mantenuto la posizione. «L’Italia non accetta ultimatum»: una frase che dovrebbe essere perfino ovvia nei rapporti tra due Stati sovrani.
È una posizione politica discutibile, naturalmente, come qualsiasi decisione governativa. Ma ha una logica chiarissima: prima verificare che l’emergenza sia realmente terminata, poi allentare i controlli. Madrid pretende invece di invertire l’ordine: prima l’Italia riapra e poi, eventualmente, si vedrà. No. Uno Stato serio dovrebbe funzionare esattamente al contrario.
Marlaska scopre improvvisamente le frontiere
La parte più curiosa dell’intera faccenda riguarda proprio Grande-Marlaska.
Per giustificare i controlli sui collegamenti italiani, il ministro spagnolo invoca adesso possibili ripercussioni sull’«ordine pubblico» e sulla «sicurezza interna», richiamando persino l’attività delle reti criminali transfrontaliere legate all’immigrazione irregolare.
Benvenuto nel club, ministro. Sono precisamente argomenti di questo genere che da anni vengono utilizzati da chi sostiene la necessità di controllare seriamente le frontiere europee.
Quando però li pronuncia Roma diventano chiusura, propaganda e insolidarietà. Quando servono a Madrid per giustificare una misura contro l’Italia diventano improvvisamente rispettabili ragioni di sicurezza nazionale. Una notevole elasticità dottrinaria.
E intanto Ceuta chiede aiuto
Mentre Madrid duella diplomaticamente con Roma, il presidente di Ceuta chiede qualcosa di tremendamente concreto: riportare in Marocco gli immigrati entrati irregolarmente. Non tavoli europei. Non convegni sulla solidarietà. Non lezioni all’Italia. Rimpatri.
Perché chi amministra quotidianamente un territorio scopre presto ciò che nei palazzi ministeriali può essere nascosto dietro formule burocratiche: una comunità ha limiti fisici, economici e sociali. Accogliere non significa cancellare quei limiti.
E riconoscerli non significa rinunciare alla pietà cristiana verso chi soffre. Al contrario, la carità autentica non consiste nell’abbandonare migliaia di esseri umani sulle spiagge, senza casa, cibo sufficiente o prospettive, lasciando contemporaneamente i residenti nella paura e nell’incertezza. La carità senza ordine diventa impotenza; l’accoglienza senza regole finisce per danneggiare sia chi arriva sia chi accoglie.
Prima Ceuta, poi Roma
La Spagna è naturalmente libera, nei limiti delle norme europee, di adottare le misure che ritiene necessarie alla propria sicurezza. Ma allora dovrebbe riconoscere lo stesso diritto all’Italia. È questo il nocciolo della questione.
Se Grande-Marlaska ritiene legittimo controllare chi arriva dall’Italia perché esisterebbero potenziali conseguenze migratorie e di sicurezza, diventa difficile sostenere contemporaneamente che l’Italia commetta una sorta di sacrilegio europeo quando applica lo stesso principio ai collegamenti provenienti dalla Spagna dopo una crisi di dimensioni eccezionali a Ceuta.
O i controlli precauzionali sono legittimi per entrambi oppure non lo sono per nessuno. Il resto somiglia molto alla politica. E parecchio alla ripicca.
Madrid avrebbe potuto cercare una soluzione concordata con Roma, rafforzare le garanzie sul controllo dei movimenti secondari, fornire dati precisi sulle persone ancora presenti a Ceuta e concordare tempi e modalità per il progressivo ritorno alla normalità. Ha preferito l’ultimatum. Roma lo ha respinto. E Madrid ha risposto con i controlli.
La realtà presenta il conto
Il paradosso finale rimane quello più clamoroso.
Mentre il ministro dell’Interno spagnolo guarda con sospetto gli aeroporti italiani, nella sua Ceuta migliaia di persone risultano ancora sul territorio, le strutture assistenziali sono sotto pressione, le autorità locali parlano di convivenza a rischio e la Guardia Civil considera reale la possibilità di un nuovo tentativo collettivo di ingresso intorno al 15 agosto.
Forse la priorità dovrebbe essere questa. Prima di controllare Roma, Madrid controlli Ceuta.
Prima di impartire lezioni al governo italiano, garantisca la propria frontiera esterna. Prima di indignarsi perché l’Italia adotta precauzioni, dimostri che l’emergenza è realmente sotto controllo. Prima di invocare Schengen come se fosse una tavola della legge scolpita sul Sinai, ricordi che la libera circolazione può esistere soltanto se qualcuno protegge seriamente i confini esterni.
Perché Schengen senza frontiere esterne sicure non è libertà di circolazione: rischia di diventare libertà di transito per chiunque riesca a mettere piede nell’Unione. E soprattutto Madrid dovrebbe ascoltare le parole che arrivano non da Roma, non dalla destra italiana e neppure da Giorgia Meloni.
Arrivano da Juan Jesús Vivas, presidente di una città spagnola. La situazione è «assolutamente insostenibile». E quando la realtà arriva a questo punto, forse sarebbe meglio occuparsi della trave dentro casa propria prima di cercare la pagliuzza oltre il Mediterraneo.

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