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Ucraina, la guerra degli uomini rastrellati

C’è un’immagine che forse racconta la guerra ucraina di oggi meglio di cento comunicati militari. Non mostra carri armati, droni, missili Patriot o generali chini sulle mappe. Mostra una ragazza disperata aggrappata al proprio fidanzato mentre alcuni uomini cercano di trascinarlo fuori da un’automobile.

Accade a Odessa. Il giovane urla di avere 19 anni, la ragazza cerca di trattenerlo, gli uomini impegnati nell’operazione tentano di portarlo via e viene utilizzato persino lo spray al peperoncino. Il filmato, circolato sui social e altre testate tra cui La Stampa, è stato ripreso il 10 agosto dal Fatto Quotidiano nell’articolo significativamente intitolato Reclutamento forzato in Ucraina, la disperazione della ragazza che si aggrappa al fidanzato per impedire che venga portato via. Il quotidiano sottolinea che episodi del genere non sarebbero ormai rari nel Paese.

Naturalmente un video, da solo, non descrive un intero sistema e non consente di ricostruire ogni circostanza dell’episodio. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare tutto come una sequenza isolata o, peggio ancora, come materiale buono soltanto per la propaganda russa.

Perché il problema del reclutamento ucraino esiste. Ed è diventato enorme.

Gli uomini stanno finendo

La questione fondamentale è terribilmente semplice: una guerra di logoramento divora uomini.

Possiamo parlare quanto vogliamo di intelligenza artificiale, droni, guerra elettronica, satelliti e missili ipersonici. Alla fine, però, per tenere una trincea, presidiare un villaggio o conquistare una posizione servono ancora esseri umani. Ed è proprio qui che emerge una delle maggiori debolezze strutturali dell’Ucraina.

Lo spiegava bene Gianni Rosini nell’articolo pubblicato il 29 luglio sempre sul Fatto Quotidiano, “La Russia ha ancora soldati da mandare al fronte: incentivi, detenuti e stranieri sono la sua ricetta. E l’Ucraina chiede aiuto agli Usa”. Secondo i dati citati nell’articolo, nel 2025 Mosca avrebbe reclutato fra 400.000 e 420.000 uomini, mentre Kiev sarebbe arrivata intorno ai 360.000. Ma Rosini sottolineava soprattutto un’altra differenza: il bacino umano disponibile.

La Russia ha una popolazione enormemente superiore e può cercare soldati attraverso incentivi economici, contratti, detenuti e reclutamento di stranieri. Anche Mosca, va detto con chiarezza, sta incontrando crescenti difficoltà nel reperire personale e sono state documentate pratiche coercitive anche sul versante russo. Un’inchiesta del Financial Times pubblicata proprio il 10 agosto riferisce di pressioni, fermi e altre forme di coercizione utilizzate per alimentare il reclutamento russo.

Ma per l’Ucraina il problema demografico è ancora più grave. Il Paese combatte ormai da oltre quattro anni una guerra su vasta scala, ha subito enormi movimenti migratori e dispone di una popolazione molto più piccola di quella russa. Una parte degli uomini in età militare si trova all’estero, altri cercano di sottrarsi alla mobilitazione e le unità al fronte devono fare i conti con perdite, stanchezza e rotazioni insufficienti.

La Carnegie Endowment for International Peace ha descritto nel marzo scorso una situazione caratterizzata da gravi carenze di personale nelle unità di prima linea, diminuzione del reclutamento volontario e crescente difficoltà nel mantenere gli organici necessari.

Ed ecco il cortocircuito: più diminuiscono i volontari, maggiore diventa la pressione della mobilitazione; più questa pressione viene esercitata brutalmente, maggiore diventa l’ostilità della popolazione verso chi deve reclutare nuovi soldati. Un circolo vizioso.

I temuti TCC

Al centro delle polemiche ci sono i Territorial Recruitment and Social Support Centers, universalmente conosciuti con la sigla TCC, le strutture territoriali incaricate della mobilitazione. Negli ultimi anni sono diventate uno dei simboli più controversi della guerra ucraina.

Controlli dei documenti nelle strade, uomini fermati nei luoghi pubblici, confronti accesi con cittadini, filmati di persone caricate sui mezzi: immagini di questo genere hanno alimentato una crescente diffidenza.

Il problema, peraltro, non viene denunciato soltanto da media ostili a Kiev.

Il Kyiv Independent, testata certamente non sospettabile di simpatie per il Cremlino, ha raccontato nel luglio scorso uno scontro avvenuto a Leopoli dopo che personale di un centro territoriale aveva fermato un uomo per controllarne i documenti. La vicenda degenerò in un confronto che diventò emblematico delle tensioni accumulate attorno al sistema della mobilitazione.

Ancora più significativo quanto raccontato il 14 luglio da Giacomo Gambassi, inviato di Avvenire, nell’articolo In Ucraina crescono le ribellioni contro la leva forzata: così la frattura sociale ‘aiuta la Russia. A Leopoli, riferiva il quotidiano, si erano verificate sei ore di scontri fra militari e circa duecento manifestanti contrari alle modalità del reclutamento. Il ministero della Difesa aveva ribadito la necessità della mobilitazione, promettendo però una riforma del sistema.

Qui cade una delle spiegazioni più comode. Non basta più dire: “Sono video russi”. Non basta perché il fenomeno viene raccontato da giornali occidentali, testate ucraine e soprattutto dalle istituzioni dell’Ucraina stessa.

Lo ammette l’Ombudsman

Il dato politicamente più pesante arriva infatti da Dmytro Lubinets, commissario del Parlamento ucraino per i diritti umani.

Nel rapporto relativo al 2025, Lubinets ha riconosciuto una rapida crescita delle segnalazioni riguardanti violazioni dei diritti durante le procedure di mobilitazione. Fra le contestazioni riportate figurano detenzioni arbitrarie, uso della forza e problemi legati al rispetto dell’obiezione di coscienza.

Lubinets ha successivamente indicato alcune delle modifiche necessarie: maggiore trasparenza nell’attività dei centri territoriali, trasformazione dei TCC in strutture maggiormente orientate al servizio del cittadino e soprattutto uso obbligatorio delle bodycam e registrazione delle operazioni. Non è una richiesta marginale: se si domanda che ogni intervento venga filmato, significa che il problema della verifica di ciò che accade durante i controlli è diventato serio.

Eppure la riforma procede con difficoltà. Il 26 luglio la Military Ombudswoman Olha Reshetylova ha affermato che la trasformazione dei centri di reclutamento risultava sostanzialmente ferma da sei mesi, nonostante le indicazioni provenienti dalla presidenza. (The New Voice of Ukraine)

Insomma, non siamo davanti soltanto alle accuse di qualche blogger filorusso. È l’Ucraina stessa a riconoscere che il proprio sistema di mobilitazione presenta problemi profondi.

Disertori e renitenti

C’è poi un altro termometro della crisi: le diserzioni.

Nell’aprile scorso PBS riportava stime secondo cui circa 150.000 militari potevano risultare assenti dalle proprie unità, sottolineando tra le cause indicate dai soldati la stanchezza provocata da impieghi estremamente lunghi, la scarsità delle rotazioni, ordini percepiti come eccessivamente rischiosi e le tensioni collegate alla mobilitazione.

Bisogna essere prudenti con le cifre, perché in guerra i dati relativi a perdite, diserzioni e consistenza degli eserciti sono inevitabilmente incompleti e spesso politicizzati.

Ma il fenomeno è difficilmente contestabile. E pone una domanda che l’Occidente preferisce spesso evitare: per quanto tempo può continuare una guerra quando una parte crescente della società non vuole più essere mandata a combatterla nelle condizioni attuali?

Non significa necessariamente che gli ucraini siano diventati filorussi. Sarebbe una conclusione semplicistica. Un uomo che cerca di evitare il fronte può continuare a considerare la Russia un nemico e contemporaneamente non voler morire in una trincea. Può sostenere l’indipendenza del proprio Paese e ritenere ingiusto il sistema con cui vengono distribuiti i sacrifici. Può essere patriota e nello stesso tempo essere esausto.

È precisamente questa complessità che la propaganda – di entrambe le parti – tende a cancellare.

La guerra infinita presenta il conto

Dopo quattro anni e mezzo dall’invasione russa del febbraio 2022, il problema non è più soltanto militare. È sociale, demografico, morale e politico.

Una nazione può chiedere ai propri cittadini di difenderla. È il principio sul quale, in forme differenti, si sono fondate le coscrizioni militari per secoli. Ma esiste una differenza enorme fra una mobilitazione regolata dalla legge e un sistema percepito dalla popolazione come arbitrario, violento o socialmente iniquo. Ed è precisamente su questo terreno che Kiev rischia di perdere qualcosa che nessun missile occidentale può sostituire: la fiducia dei propri cittadini.

Le autorità ucraine sembrano aver compreso almeno in parte il problema. Le riforme annunciate puntano a rendere il reclutamento più trasparente, migliorare le condizioni contrattuali, introdurre maggiore prevedibilità nella durata del servizio e ampliare il ricorso ai volontari e agli stranieri. Ma persino esponenti governativi hanno riconosciuto che l’attuale sistema dei centri territoriali produce un impatto sociale fortemente negativo.

E allora il ragazzo di Odessa diventa qualcosa di più di un filmato virale. Diventa il simbolo di una guerra arrivata a bussare direttamente alla portiera di un’automobile.

La domanda che l’Europa evita

Per anni il dibattito europeo sull’Ucraina si è concentrato quasi esclusivamente su una domanda: quali e quante armi mandare? Missili, carri armati, F-16, Patriot, munizioni, droni. Molto meno frequentemente ci siamo chiesti chi dovrà utilizzare quelle armi.

Le fabbriche possono costruire proiettili. Washington può concedere licenze. Bruxelles può approvare finanziamenti. Gli arsenali possono essere ricostituiti. Ma gli uomini non si fabbricano. Ed è questo probabilmente il problema strategico più grave dell’Ucraina.

La Russia affronta anch’essa difficoltà crescenti nel reclutamento e ricorre a incentivi sempre maggiori e, secondo diverse testimonianze, anche a metodi coercitivi. Ma dispone di un bacino demografico enormemente superiore. Kiev, invece, combatte una guerra di logoramento contro un avversario che può permettersi perdite che per l’Ucraina hanno un peso proporzionalmente molto maggiore.

Continuare a fingere che questa asimmetria non esista significa fare un pessimo servizio proprio agli ucraini. Perché una politica realmente amica dell’Ucraina dovrebbe domandarsi non soltanto come permetterle di combattere, ma come permetterle finalmente di smettere di morire.

Dietro ogni uniforme c’è un uomo

C’è infine una questione che precede persino la geopolitica.

L’uomo non è materiale bellico. Non è una munizione. Non è una casella da riempire nell’organico di una brigata.

La dottrina cristiana riconosce il diritto dei popoli alla legittima difesa, ma non trasforma per questo la persona in uno strumento sacrificabile alla ragion di Stato. La dignità dell’uomo viene prima delle strategie militari, e la ricerca della pace non può essere considerata una forma di vigliaccheria soltanto perché la guerra è diventata politicamente più comoda della trattativa. Papa Francesco lo aveva ripetuto con parole semplicissime: la guerra è sempre una sconfitta.

A Odessa una ragazza si aggrappa disperatamente al proprio fidanzato mentre qualcuno cerca di portarglielo via. Possiamo discutere per ore di NATO, Russia, Ucraina, Putin, Zelensky, territori occupati e confini. Ma quella scena pone una domanda molto più elementare.

Quanti altri uomini bisognerà trascinare verso il fronte prima che qualcuno trovi finalmente il coraggio di trascinare questa guerra verso un tavolo negoziale?

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Pubblicato inGuerra

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