Ah, l’ineffabile Mark Rutte, nuovo segretario generale della NATO, ha deciso di impartirci una lezione su come gestire le nostre finanze. Secondo lui, dovremmo tagliare “una piccola frazione” dei fondi destinati a pensioni, sanità e sicurezza sociale per incrementare le spese militari. Perché, si sa, carri armati e missili sono molto più utili di ospedali e scuole.
Rutte ci avverte: il 2% del PIL per la difesa non è sufficiente; dobbiamo puntare al 3%, o magari al 3,7%. E se non lo facciamo? Beh, dovremmo “imparare il russo” o trasferirci in Nuova Zelanda. Che finezza diplomatica!
Ma non temete, c’è una soluzione: aprire le porte alle multinazionali statunitensi nel settore della difesa. Perché, ovviamente, chi meglio delle aziende americane può proteggerci dai pericoli del mondo? E poco importa se questo significa sacrificare l’industria europea e aumentare la nostra dipendenza dagli USA.
In un’Europa già provata da crisi economiche e sociali, la NATO propone di sacrificare i diritti dei cittadini per finanziare una corsa agli armamenti basata su scenari di minaccia sempre più improbabili. La domanda sorge spontanea: chi trae realmente beneficio da queste scelte? Non certo i cittadini europei, che rischiano di pagare il prezzo più alto per alimentare una macchina bellica che si rivela ogni giorno più fuori controllo.
E così, mentre i nostri ospedali faticano, le scuole cadono a pezzi e le pensioni si riducono, possiamo consolarci sapendo che i nostri soldi saranno ben spesi in armi scintillanti. Dopotutto, chi ha bisogno di un sistema sanitario funzionante quando si può avere un bel missile balistico nel cortile di casa?
Grazie, signor Rutte, per averci illuminato sulla vera priorità: meno welfare, più guerra. Perché nulla dice “pace e sicurezza” meglio di una popolazione impoverita e armata fino ai denti.

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