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La favola della vittoria ucraina che non c’è

Quando una narrazione viene ripetuta all’infinito, non necessariamente diventa vera. Può diventare dominante, può occupare le prime pagine dei giornali, può trasformarsi in parola d’ordine dei vertici internazionali. Ma la realtà, soprattutto in guerra, continua a seguire regole proprie. E oggi la realtà del conflitto ucraino sembra raccontare una storia molto diversa rispetto a quella proposta quotidianamente da NATO, Unione Europea e gran parte dell’establishment occidentale Proprio come evidenziato da Gianandrea Gaiani nell’articolo NATO e UE continuano a raccontare la favola della vittoria ucraina“. pubblicato su Analisi Difesa.

Da oltre quattro anni si continua a promettere che la Russia sarebbe stata sconfitta, isolata, economicamente distrutta e militarmente logorata fino al collasso. Si è parlato di esercito russo allo sbando, di imminente caduta del Cremlino, di rivolte interne, di crisi irreversibile del sistema guidato da Vladimir Putin. Eppure, mentre i comunicati ufficiali insistono sulla necessità di sostenere Kiev “fino alla vittoria”, la mappa militare dell’Ucraina racconta qualcosa di ben diverso.

Dal trionfalismo del 2022 alla guerra infinita

All’inizio del conflitto la narrativa occidentale appariva semplice: la Russia avrebbe dovuto essere travolta dalle sanzioni, l’economia sarebbe crollata nel giro di pochi mesi e l’esercito di Mosca sarebbe stato costretto alla ritirata. Le cose non sono andate così.

Le sanzioni hanno certamente provocato danni e difficoltà, ma non hanno prodotto il collasso annunciato. La Russia ha riconvertito gran parte della propria economia verso la produzione militare, ha rafforzato i rapporti con Cina, India, Iran, Paesi africani e molte nazioni del cosiddetto Sud globale. Nel frattempo il rublo, pur attraversando fasi difficili, non è scomparso e il sistema politico russo non ha mostrato segni di implosione.

Anche sul piano militare gli scenari immaginati da molti analisti occidentali non si sono concretizzati.

L’offensiva ucraina del 2023, presentata come la svolta decisiva del conflitto, si è trasformata in una delle più costose operazioni militari della guerra senza raggiungere gli obiettivi prefissati. Migliaia di uomini, centinaia di mezzi occidentali e ingenti quantità di armamenti sono stati consumati senza modificare significativamente gli equilibri strategici.

Da quel momento il conflitto è entrato in una fase diversa.

La superiorità industriale che nessuno voleva vedere

Uno degli aspetti più sottovalutati dagli strateghi occidentali riguarda la capacità produttiva.

Le guerre moderne non si vincono soltanto con il coraggio dei soldati o con la qualità delle armi. Si vincono soprattutto con la capacità di sostituire rapidamente uomini, munizioni e mezzi distrutti. In questo settore la Russia ha dimostrato una resilienza superiore alle aspettative.

Secondo numerose analisi militari, Mosca produce oggi quantità di munizioni d’artiglieria, missili e droni nettamente superiori rispetto a quelle disponibili per Kiev. Inoltre può contare su una base industriale che lavora ormai a pieno regime per sostenere lo sforzo bellico.

L’Ucraina, al contrario, dipende quasi completamente dagli aiuti occidentali. Ogni proiettile sparato, ogni missile lanciato, ogni carro armato sostituito richiede l’intervento finanziario e logistico di Stati Uniti ed Europa. Questa dipendenza rappresenta probabilmente la più grande fragilità strategica di Kiev.

Il Donbass: il vero termometro della guerra

Mentre le televisioni occidentali concentrano spesso l’attenzione su singoli episodi mediaticamente rilevanti, il cuore della guerra continua a battere nel Donbass. Qui si combatte la battaglia decisiva.

Negli ultimi mesi le forze russe hanno mantenuto l’iniziativa tattica in numerosi settori del fronte. L’avanzata procede lentamente, spesso pagando costi elevatissimi, ma continua. Non si tratta delle grandi offensive lampo immaginate nei primi mesi del conflitto. È piuttosto una pressione costante, metodica, che punta a consumare progressivamente le capacità difensive ucraine. Una strategia brutale ma coerente con la logica della guerra di attrito.

Ed è proprio questo il punto che molti osservatori sembrano ignorare: la Russia non ha bisogno di conquistare Kiev per raggiungere i propri obiettivi strategici. Le basta continuare a logorare il nemico e mantenere la pressione sul fronte.

Le difficoltà di Zelensky

La figura del presidente Volodymyr Zelensky continua a essere celebrata in gran parte dell’Occidente come simbolo della resistenza ucraina.

Tuttavia, all’interno del Paese emergono problemi sempre più evidenti. Le difficoltà nel reclutamento, la crescente stanchezza della popolazione, le tensioni politiche interne e il peso di una mobilitazione permanente stanno lasciando segni profondi.

Dopo anni di guerra, milioni di cittadini hanno lasciato il Paese e intere generazioni stanno vivendo una situazione che appare sempre più difficile da sostenere nel lungo periodo. Anche il morale delle truppe risente inevitabilmente di un conflitto che non sembra avvicinarsi a una conclusione.

L’Europa paga il conto

Se l’Ucraina paga il prezzo del sangue, l’Europa paga quello economico e politico. Le sanzioni, la crisi energetica, il riarmo accelerato e gli enormi trasferimenti finanziari verso Kiev hanno inciso profondamente sui bilanci pubblici europei.

Nel frattempo Bruxelles continua a promettere nuovi aiuti, nuovi fondi e nuovi pacchetti di sostegno. La domanda che molti cittadini europei iniziano a porsi è semplice: quanto potrà durare tutto questo?

Le difficoltà economiche, l’inflazione e il rallentamento industriale stanno alimentando un crescente malcontento in diversi Paesi membri. Eppure ogni dubbio sulla strategia adottata viene spesso liquidato come filorusso o anti-europeo.

La NATO prepara il lungo confronto

Un altro elemento significativo riguarda l’evoluzione della stessa NATO. L’Alleanza Atlantica non parla più soltanto di sostegno all’Ucraina. Sempre più spesso i suoi documenti fanno riferimento a una sfida strategica di lungo periodo con la Russia e, indirettamente, con la Cina.

Ciò significa che la guerra ucraina rischia di essere interpretata non come un conflitto destinato a terminare attraverso un compromesso, ma come il primo capitolo di una nuova contrapposizione globale. Una prospettiva che rende ancora più difficile qualsiasi negoziato.

La pace, la parola proibita

Forse il dato più sorprendente di questi anni riguarda proprio la progressiva scomparsa della parola “pace”.

Nel 2022 si parlava continuamente di negoziati. Oggi si parla quasi esclusivamente di armi. Missili più potenti. Droni più sofisticati. Nuovi sistemi antiaerei. Nuove forniture militari. Nuovi piani di riarmo.

Come se la soluzione potesse arrivare esclusivamente dal campo di battaglia. Eppure ogni guerra della storia, prima o poi, è terminata attorno a un tavolo negoziale. Anche questa probabilmente non farà eccezione.

La realtà contro la narrazione

Il vero problema non è sostenere l’Ucraina o simpatizzare per la Russia. Il vero problema è continuare a raccontare una realtà che appare sempre più distante dai fatti.

Dopo oltre quattro anni di guerra, parlare ancora di una imminente vittoria ucraina senza confrontarsi con la situazione concreta del fronte rischia di trasformare l’analisi geopolitica in semplice propaganda.

La Russia non è stata sconfitta. L’economia russa non è collassata. Il governo di Putin non è caduto. L’esercito di Mosca continua a combattere. L’Ucraina continua a dipendere dagli aiuti occidentali. E il fronte continua lentamente a spostarsi. Sono questi i fatti con cui qualsiasi valutazione seria dovrà confrontarsi.

Perché la storia insegna una lezione semplice ma spesso dimenticata: la propaganda può vincere i titoli dei giornali, ma è la realtà che alla fine vince sempre la guerra delle narrazioni.

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