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Putin avverte Kiev: Avete superato il limite

La guerra entra in una fase ancora più pericolosa: i droni ucraini colpiscono sempre più in profondità l’economia russa. Mosca ammette i danni, ma avverte che la risposta potrebbe investire i settori più vulnerabili dell’Ucraina.

Dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra, il conflitto russo-ucraino sembra aver imboccato un’altra strada pericolosa. Non si combatte più soltanto nelle trincee del Donbass, nei cieli sopra le città ucraine o contro depositi e installazioni militari. La guerra sta diventando sempre più apertamente una guerra contro le infrastrutture economiche dell’avversario.

Ed è in questo contesto che Vladimir Putin ha pronunciato una frase destinata a pesare: Kiev avrebbe «aperto il vaso di Pandora» attaccando obiettivi economici in profondità nel territorio russo. Non è soltanto una battuta propagandistica. È soprattutto un avvertimento.

Come ricostruisce Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, nell’intervista concessa a Liberti Media e ripresa nell’articolo Putin avverte Kiev: avete aperto il vaso di Pandora, gli attacchi ucraini stanno raggiungendo raffinerie, depositi, impianti industriali e grandi strutture logistiche a centinaia di chilometri dal fronte.

Kiev porta la guerra dentro la Russia

La strategia ucraina è abbastanza chiara: se sul terreno è difficile modificare significativamente i rapporti di forza, bisogna trasferire una parte crescente del costo della guerra all’interno della Federazione Russa.

I droni a lungo raggio permettono di colpire obiettivi molto lontani dal fronte con costi relativamente contenuti. Durante l’estate Kiev ha intensificato gli attacchi contro raffinerie petrolifere, infrastrutture energetiche e centri logistici, sostenendo che queste strutture contribuiscono allo sforzo bellico russo.

Negli ultimi giorni la campagna si è ulteriormente allargata. Sono stati colpiti anche centri logistici collegati a Ozon, uno dei maggiori operatori russi dell’e-commerce. Secondo il Financial Times, gli attacchi hanno interessato diverse strutture nel sud della Russia, provocando incendi e interruzioni operative.

Putin, fatto non irrilevante, non ha negato che gli attacchi stiano producendo conseguenze economiche. Mosca ha ammesso problemi anche nel mercato dei carburanti, pur sostenendo che non si tratta di danni capaci di mettere in ginocchio l’economia russa. Ed è proprio qui che entra in scena il “vaso di Pandora”.

Il messaggio di Putin

Il ragionamento del Cremlino può essere riassunto brutalmente così: se Kiev considera legittimo colpire l’economia russa perché funzionale alla guerra, Mosca applicherà la stessa logica all’economia ucraina, ma disponendo di una potenza di fuoco molto superiore. Putin ha infatti minacciato una risposta contro i «settori economici più sensibili» dell’Ucraina.

È questo il punto centrale sollevato anche da Gaiani: l’Ucraina può certamente infliggere danni alla Russia, ma il problema è capire quale reazione possa provocare e soprattutto quale delle due parti abbia maggiore capacità di sostenere una lunga escalation infrastrutturale.

Perché esiste una differenza fondamentale. La Russia dispone di un territorio immenso, di una considerevole profondità strategica e di una base energetica e industriale molto più vasta. L’Ucraina, dopo anni di guerra, presenta invece un sistema energetico, industriale e logistico già duramente provato. Il rischio, dunque, è che ogni successo tattico ucraino provochi una risposta russa quantitativamente più pesante.

La guerra delle economie

È ormai evidente che la distinzione tra fronte militare e retrovia economica si sta assottigliando. Kiev considera raffinerie e reti logistiche russe parte integrante della macchina bellica di Mosca. La Russia utilizza da tempo un ragionamento analogo per giustificare gli attacchi contro impianti energetici e industriali ucraini. Il risultato è una spirale nella quale ciascuna parte presenta il proprio attacco come risposta a quello precedente. Ed è precisamente questa la parte più inquietante.

Il 24 agosto Putin ha firmato un decreto che consente allo Stato russo di assumere temporaneamente il controllo di infrastrutture critiche considerate insufficientemente protette dagli attacchi. Il provvedimento riguarda settori come energia, carburanti, industria, comunicazioni, trasporti e logistica. Mosca sostiene che non si tratti di una nazionalizzazione generalizzata, ma di uno strumento d’emergenza per proteggere strutture strategiche. Segno evidente che i droni ucraini fanno male. Negarlo sarebbe propaganda. Ma proprio perché fanno male, possono determinare una reazione ancora più dura.

Anche il Mar Nero torna al centro dello scontro

La partita economica si estende inoltre alle rotte commerciali del Mar Nero. Kiev ha proposto una tregua sugli attacchi contro le navi che trasportano prodotti agricoli. Secondo Volodymyr Zelensky, Mosca vorrebbe però collegare un’eventuale intesa anche alla cessazione degli attacchi ucraini contro raffinerie e infrastrutture energetiche russe. Kiev chiede, a sua volta, garanzie reciproche contro gli attacchi al proprio sistema energetico.

La questione è tutt’altro che secondaria perché mostra quale potrebbe essere uno dei pochi spiragli negoziali rimasti: fermare almeno la guerra contro le infrastrutture economiche attraverso accordi reciproci. Altrimenti il meccanismo rischia di autoalimentarsi.

Il paradosso dell’escalation

Qui emerge uno dei grandi paradossi di questa guerra. Ogni nuova arma fornita, ogni aumento della gittata, ogni nuova capacità di penetrare nello spazio avversario viene presentata come uno strumento destinato a rafforzare la posizione negoziale di chi la utilizza. Può essere vero. Ma può verificarsi anche l’esatto contrario: l’avversario risponde aumentando a sua volta il livello dello scontro. Ed è questo il significato politico della frase di Putin.

Il presidente russo sostiene che colpire sistematicamente l’economia russa abbia eliminato un’altra barriera informale del conflitto. Kiev ribatte, naturalmente, che la Russia bombarda da anni infrastrutture ucraine e che l’Ucraina ha diritto a difendersi e a colpire strutture utilizzate per sostenere l’invasione. Entrambe le parti accusano inoltre l’altra di attaccare obiettivi civili, mentre continuano ad arrivare notizie di vittime lontano dalla linea del fronte.

Per questo bisogna evitare la propaganda da stadio. Gli attacchi ucraini stanno causando problemi reali alla Russia. Ma la Russia conserva una capacità di rappresaglia enormemente superiore. Sono due realtà che possono convivere.

Il vaso è aperto. Richiuderlo sarà più difficile

La metafora scelta da Putin è dunque particolarmente efficace. Il vaso di Pandora, una volta aperto, non distingue tra buoni e cattivi: libera conseguenze che possono sfuggire al controllo di chi ha sollevato il coperchio. Ed è precisamente il rischio che corre oggi l’Europa orientale.

L’estensione della guerra alle infrastrutture economiche profonde può aumentare i costi per Mosca, ma contemporaneamente offre al Cremlino la giustificazione politica per intensificare gli attacchi contro ciò che resta dell’apparato produttivo ed energetico ucraino.

Nel frattempo, nonostante la durezza delle parole, Putin continua a dichiarare formalmente aperta la porta ai negoziati, anche se pretende che partano dalla situazione militare e territoriale esistente, condizioni che Kiev considera inaccettabili. È il solito terribile cortocircuito di questa guerra: mentre si parla di pace, si alza continuamente l’asticella militare.

Dopo 1.643 giorni di conflitto, come ricorda Gaiani, il problema non è più soltanto stabilire chi riesca a colpire più lontano. È capire quanto lontano si sia ancora disposti ad andare. Perché un drone può attraversare centinaia o migliaia di chilometri. Ma quando il vaso di Pandora dell’escalation viene davvero scoperchiato, trovare qualcuno capace di rimettere il coperchio è molto più complicato.

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