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Doveva fare da paciere tra Zelensky e Putin, e invece si ritrova sotto indagine per finanziamento illecito. Parliamo del presidente francese Emmanuel Macron, e la notizia è di quelle che fanno rumore. Già, perché secondo Le Parisien – che ha lanciato per primo lo scoop – vi sarebbero «rapporti da chiarire» tra Macron stesso e la McKinsey, società internazionale di consulenza manageriale che affianca imprese, organizzazioni e molte istituzioni in Europa e nel mondo, compresa la Francia ovviamente.

Le indagini delle autorità transalpine, in particolare, puntano a scoprire se la McKinsey abbia o meno finanziato in maniera occulta la campagna elettorale del 2017 di En Marche, il partito del presidente, in cambio di ricche consulenze in seguito assegnate dal governo francese alla società di New York, attraverso procedure definite «poco limpide».

La notizia in realtà non è nuova: già a pochi giorni dal voto (quattro, per la precisione) lo scorso aprile, la Procura nazionale delle finanze francese aveva annunciato l’apertura di un’istruttoria su un’eventuale evasione fiscale da parte proprio di McKinsey.

«È molto positivo che la giustizia si occupi di questo caso» aveva commentato allora Macron, plaudendo all’indipendenza dei giudici e rimarcando come lui stesso si fosse sforzato nell’ambito del suo mandato di costringere le grandi multinazionali a non evadere le tasse: «Questa è la lotta che conduco da cinque anni, che abbiamo condotto in Europa. Sotto la presidenza francese dell’Unione Europea, nelle prossime settimane, potremo finalmente far passare questa misura di una tassa minima».

All’epoca, stampa e opinione pubblica francese si stavano interrogando sull’opportunità che le autorità pubbliche facciano così spesso ricorso alle consulenze di esperti e studi privati per questioni inerenti il servizio pubblico e le politiche nazionali: da qui ne era discesa una commissione d’inchiesta del Senato della repubblica, dove il presidente e senatore Arnaud Bazin e la senatrice Éliane Assassi avevano argomentato le storture del sistema pubblico, che usa con disinvolutra gli studi privati per colmare le lentezze della macchina burocratica dello Stato.

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«Scegliere imprese private a scapito della nostra funzione pubblica, quando è stato accertato che in molti casi si stanno sostituendo i funzionari della nostra amministrazione, è una scelta politica che si assumono il Presidente della Repubblica e i membri del Consiglio di amministrazione del Governo» dice il rapporto. «I servizi informatici non possono essere utilizzati come pretesto per giustificare l’aumento del ricorso a imprese private dopo l’elezione di E. Macron nel 2017, per due motivi. In primo luogo, perché questi sono ministeriali, mentre la spesa per le consulenze con una forte dimensione strategica è triplicata dall’inizio del quinquennio, raggiungendo i 445,6 milioni di euro nel 2021. La consulenza strategica e organizzativa è addirittura quadruplicata».

Interessato a non perdere voti per garantirsi la rielezione, Macron aveva sorriso alla querelle e al canale TF1, interrogato sui fornitori di servizi esterni per l’Eliseo, il capo di Stato aveva sostenuto molto serenamente: «È normale […] Se questo ricorso sia eccessivo in Francia lo vedremo», argomentando che Germania e Regno Unito impiegano il doppio delle società di consulenza rispetto alla Francia.

Eppure, adesso il presidente ha poco da stare allegro. Vero è che, godendo dell’immunità presidenziale, Emmanuel Macron non può essere ascoltato dai tribunali. Ma il punto è che l’opposizione oggi ha molti argomenti in più per criticare il leader di Renaissance (il partito politico che ha preso il posto di En Marche nel 2022): spendere troppo denaro pubblico per consulenze ad aziende internazionali che non pagano le tasse in Francia, è un regalo a chi vuole vedere il presidente fuori dai giochi.

«L’unica certezza in questa fase è che ci sono legami tra il capo di Stato, il suo entourage e la società americana» ammette Le Parisien. E dunque è presto per parlare di un vero pe proprio scandalo all’Eliseo. Piuttosto, è in corso un’abile manovra politica per delegittimare – o quantomeno depotenziare – il ruolo di leadership che il numero uno francese si è intestato in Europa, così come nella trattativa con la Russia per la fine delle ostilità in Ucraina.

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Ironia della sorte, è di poco fa la notizia (l’ha battuta il quotidiano Le Monde) che la Francia lavora alla concezione di nuovi telefoni ultra-criptati specificatamente destinati al presidente Emmanuel Macron. Una beffa per i giudici transalpini, che hanno messo nel mirino il presidente anche per altre vicende poco chiare, dove Macron – anche se non direttamente coinvolto – è più volte lambito da accuse di non poco conto a danno dei suoi collaboratori.

La Corte di giustizia della Repubblica ha indagato, ad esempio, l’ex ministro della salute Agnès Buzyn per «aver messo in pericolo la vita degli altri» durante la gestione della pandemia, dal luglio 2020. Così come il ministro della Giustizia Eric Dupond-Moretti è indagato per conflitto di interessi in una sorta di «regolamento di conti» tra toghe, avendo allontanato alcuni magistrati dopo essere divenuto Guardasigilli.

Insieme a lui, figurano nel registro degli indagati anche il ministro d’Oltremare Sébastien Lecornu e il segretario di Stato per la funzione pubblica Olivier Dussopt, entrambi sotto inchiesta con accuse simili. Altro ambito riguarda invece Alexis Kohler, braccio destro di Emmanuel Macron e suo segretario generale alla presidenza: è stato indagato per traffico di influenze dalla Procura nazionale finanziaria dopo la denuncia di un’associazione per la lotta alla corruzione, che lo ha messo in relazione con l’armatore della MSC, gruppo italo-svizzero con il quale lo Stato francese ha importanti partite aperte.

Ma il caso più eclatante (e imbarazzante) per il presidente è certamente quello di Alexandre Benalla, incaricato di missione all’Eliseo ed ex bodyguard personale di Macron: è stato riconosciuto colpevole di violenze e usurpazione della funzione di poliziotto e per questo condannato a tre anni di carcere. Una serie di video diffusi dai media francesi lo aveva mostrato con indosso un casco da poliziotto in mezzo ad alcuni agenti, intento a manganellare i manifestanti durante una manifestazione a Parigi nel maggio 2018. Colpevole anche di detenzione illegale di armi e di uso impropri di passaporti diplomatici, lo scandalo di Benalla aveva messo in cattiva luce il presidente, senza però scalfirne realmente il potere o l’immagine.

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Forse perché non vi erano di mezzo dei soldi pubblici. Cosa che invece il caso delle consulenze alla McKinsey potrebbe far emergere. E, in quell’ipotesi, i francesi non saranno così divertiti nello sbeffeggiare apertamente il rapporto tra Macron e Benalla, che molti hanno additato come suo amante segreto. Anche se in definitiva, come dimostra il ritorno di Benjamin Netanyahu in Israele (dove il premier è ancora accusato di frode e corruzione) la ragion di Stato prevale sempre.

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