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Chi comanda in Occidente? Dove sono i leader che guidano l’Occidente, l’Europa e gli Stati Uniti? Forse per la prima volta nella storia contemporanea non c’è un capo che rappresenti, esprima e guidi l’Occidente. Senza andare troppo indietro nella storia, non ci sono più figure come Kennedy, Nixon e Reagan, ma anche a suo modo Trump, che rappresentano la leadership della maggiore potenza occidentale. Ma neanche in Europa, dopo Kohl e Mitterrand, Thatcher e Blair, e perfino Angela Merkel, non c’è un leader europeo. Macron e Scholz a malapena sono leader della nazione francese e tedesca, ma non riescono a rappresentare l’Europa e a pensare ed agire da europei. Gli ultimi facenti funzione, sono un vacillante, sbiadito, anziano signore di nome Joe Biden e una distinta signora, Ursula van Der Leyen, che fa a malapena la badante d’Europa. Ma non c’è nessuno che esprima ai massimi vertici l’Occidente e ne indichi la strategia. Un pilota automatico e una segreteria telefonica sembrano oggi guidare le sorti del potere. Dietro di loro, vorrei dire sopra di loro, ci sono solo apparati funzionali, militari e finanziari, e più grandi poteri impersonali. Il resto è rappresentato dai grandi colossi del web e i loro mitici fondatori, in sigla AFGAM- Amazon, Facebook, Google, Apple, Microsoft, più Tesla/Twitter, e poco altro. E poi la grande industria militare, la Nato, la grande finanza, la grande industria energetica, farmaceutica, il food internazionale, e altre multinazionali.

Ma lo scettro del potere non è associato a nessun sovrano, nemmeno provvisorio, tantomeno elettivo, cioè espresso dalla sovranità popolare. A questa assenza di leadership corrisponde anche un’assenza di modelli, di linee, di idee-guida dell’Occidente. Un tempo le leadership erano poi associate a modelli economici – il liberismo, il laburismo, la socialdemocrazia, l’economia sociale di mercato, e perfino l’ispirazione democratico-cristiana o socialista. Dopo la reaganomics e il liberismo thatcheriano, non c’è più un modello di riferimento e tantomeno un confronto dialettico tra due o più vie: c’è solo la realtà di un modello unico, macroliberista, turbocapitalista, guarnito di un’ideologia unica, di fattura liberal, umanitaria e progressista. Ma non c’è più competizione di modelli, e neanche riferimento visibile a uno stato e una sovranità; c’è solo il dominio reale e globale di un sistema di comando, che si presenta come unico, irreversibile, insuperabile. Non c’è destra o sinistra, conservatori o progressisti, rispetto a questo sistema impersonale, acefalo e policentrico, ed è solo follia solo ipotizzarne la critica o addirittura il superamento; non dico la possibilità di una rivoluzione ma anche solo il tentativo di riformarlo. E’ dato come in natura, se non come una forma di monoteismo disceso in terra, senza possibilità di discussione o emendamento. Tutto questo viene per giunta presentato come la realizzazione assoluta della libertà; dunque rimetterlo in discussione significa attentare alla libertà e sognare di tornare indietro, arretrare a esperienze, regimi, ideologie del passato. Mai vista una libertà concepita come Modello Unico, one way, a senso unico. Disintegrati i pensieri, resa irrilevante ogni riflessione teorica e filosofica, soprattutto se pretende di essere applicata e di farsi anche prassi, azione, movimento storico.

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Lo stadio globale che stiamo vivendo ha smesso di pensare la differenza nella storia, la possibilità di un divenire che sia interruzione, cambiamento, salto di paradigma. La macchina è in corsa e non va fermata, altrimenti si va a sbattere, o ci si infrange lungo la via. Impotenza assoluta di pensare un domani diverso dall’oggi; se vuoi cambiare strada, stai solo rimpiangendo il passato, sei dunque reazionario o fascista, anche se ti poni come rivoluzionario e perfino comunista. Non ha torto Slavoj Zizek a notare che l’indizio più sicuro del trionfo di questo potere supremo globale sia la scomparsa negli ultimi decenni del termine capitalismo (In difesa delle cause perse, Ponte alle grazie, 2009). Lo stesso Zizek nota che gli interessi generali del nuovo Sistema sono rappresentati in forum come a Davos, dove il General Intellect è il cervello collettivo e impersonale dell’Impero.

In questo contesto sparisce dunque ogni leadership, a partire da quella che riceve un’investitura democratica e popolare. I capi di stato e di governo sono solo ologrammi, larve, fantasmi in transito che danno un volto sbiadito e provvisorio al potere sovrastante; figurazioni mimetiche di un Inossidabile Sistema tecno-finanziario che vigila sulle sorti dell’umanità e decide in ultima istanza l’agenda degli eventi, fabbrica le linee direttive e dà forma all’opinione pubblica, o destruttura ogni altra opinione che non sia omogenea e funzionale al suo sistema. Questo è oggi l’Occidente. Non una civiltà, non una rappresentazione plurale del mondo libero e del pensiero indipendente, ma il suo contrario. Però si presenta in una forma che preserva l’aspetto rassicurante di un sistema evoluto e globale, fondato sulla libertà e la democrazia, anzi imperniato sui diritti dell’uomo, la pace anche a prezzo della guerra, l’inclusione anche a prezzo di pesanti esclusioni, la libertà infinita dei desideri anche a costo di sopprimere tutto ciò che non è conforme a questo quadro. Non c’è nulla che ricordi la civiltà, e dunque le tradizioni, le identità, le differenze; c’è solo la Megamacchina totalitaria nell’infinito presente globale.
La denuncia non conosce sbocchi, ogni tentativo di deviazione è severamente punito e represso; i Trump e i Johnson vengono espulsi appena presentano difformità, non c’è spazio per leadership che non siano subalterne totalmente al Potere vigente.

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E’ d’obbligo pensare che viviamo nel Migliore dei Mondi Possibili.

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