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Nel comunicato finale del vertice di Riad tra Pechino e i paesi del Golfo l’accenno a tre isole contese del Golfo Persico fa infuriare Teheran, che attacca duramente Xi Jinping

Fra una protesta di piazza repressa dalla polizia paramilitare basij e una condanna a morte di manifestanti, un’ondata di esecrazione internazionale e un nuovo pacchetto di sanzioni da parte dell’Unione Europea, il governo e la stampa iraniani hanno trovato il tempo e il modo per aprire un contenzioso niente meno che con la Cina, il paese che importa la maggior quantità di petrolio iraniano e che si è impegnato a investire nei prossimi anni 400 miliardi di dollari in Iran. Pietra dello scandalo, il comunicato finale congiunto diffuso al termine del vertice fra la Cina e i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo il 9 dicembre scorso a Riyadh, al quale ha preso parte Xi Jinping in persona.

Perché l’Iran si è arrabbiato con Xi Jinping

In esso si legge che «i leader hanno affermato il loro sostegno a tutti gli sforzi pacifici, inclusa l’iniziativa e i tentativi degli Emirati Arabi Uniti, per raggiungere una soluzione pacifica alla questione delle tre isole – Tunb Maggiore, Tunb Minore e Abu Musa – attraverso negoziati bilaterali in accordo con le norme del diritto internazionale e per risolvere questa controversia in sintonia con la legittimità internazionale». Tanto è bastato per scatenare le ire di Tehran: le tre isole del Golfo Persico menzionate nel comunicato finale del summit sino-arabo sono state occupate dall’Iran nel 1971, l’anno in cui gli Emirati Arabi Uniti (Eau, fino ad allora colonia di Londra sotto il nome di Stati della Tregua) sono diventati indipendenti e i britannici si sono ritirati dall’area.

Storicamente le tre isole avevano fatto parte dell’impero persiano, e la loro popolazione, benché etnicamente araba, parla il bandari, un dialetto persiano. Ma all’epoca del protettorato britannico le isole erano passate sotto il controllo dell’emirato di Ras al-Khaima, uno dei sette emirati che oggi formano gli Eau. Un ramo della dinastia che tuttora lo governa, quella degli al-Qasimi, amministrava anche una parte della costa iraniana e le tre isole; Tehran ha sempre affermato che quegli al-Qasimi erano sudditi della Persia. Dal ‘71 gli Eau rivendicano le isole, con l’ininterrotto sostegno del Consiglio di cooperazione del Golfo, e cercano inutilmente di convincere l’Iran a portare congiuntamente la questione davanti alla Corte internazionale di giustizia: sia il regime dello scià Reza Pahlavi che la Repubblica islamica si sono sempre rifiutati, rivendicando la piena e indiscutibile sovranità sulle tre isole.

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L’Iran convoca l’ambasciatore cinese

Il giorno dopo la diffusione del comunicato congiunto il ministero degli Esteri iraniano ha preso la rara iniziativa di convocare l’ambasciatore cinese Chang Hua per notificargli la «forte irritazione» del governo di Tehran, come ha reso noto il portavoce del ministero Nasser Kanaani. «È stato sottolineato che le tre isole iraniane del Golfo Persico sono parte integrante dell’integrità territoriale della Repubblica islamica dell’Iran, e che, come qualsiasi altra parte dell’Iran, non sono mai state oggetto di negoziati con qualsiasi paese e mai lo saranno», ha detto Kanaani.

L’ambasciatore avrebbe risposto che la Cina rispetta l’integrità territoriale dell’Iran, che la visita di Xi Jinping in Arabia mirava a rafforzare la pace e la stabilità nella regione e che la politica della Cina nella regione è equilibrata e imparziale, come dimostrerebbe il fatto che fra pochi giorni il vice premier Hu Chunhua farà visita a Tehran. Quest’ultima sottolineatura non è affatto rassicurante dal punto di vista iraniano: nel marzo dell’anno scorso Cina e Iran avevano concluso un accordo strategico venticinquennale senza precedenti, comprensivo di un impegno cinese a investire 400 miliardi di dollari per lo sviluppo delle infrastrutture dell’Iran. Ora però Xi Jinping riserva le sue attenzioni all’Arabia Saudita e ai paesi arabi del Golfo, mentre in Iran viene inviato il suo vice.

Le tre isole della discordia

Il ministro degli Esteri Hossein Amirabdollahian ha affidato a Twitter la sua enfatica reazione: «Le isole di Abu Musa, Tunb Maggiore e Tunb Minore nel Golfo Persico sono parti inseparabili della pura terra dell’Iran e appartengono a questa patria per sempre». Gli utenti iraniani non lo hanno troppo apprezzato, criticando il fatto che il tweet fosse scritto solo in lingua farsi, mentre i precedenti nei quali il ministro esaltava le buone relazioni sino-iraniane erano scritti sia in farsi che in cinese.

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Molto più duro e irriverente l’intervento del parlamentare Alireza Salimi, che ha criticato direttamente Xi Jinping: «Le tre isole del Golfo Persico sono state, sono e saranno iraniane. Chiunque avanzi rivendicazioni territoriali nei loro confronti sarà accolto con una risposta decisiva dalla Repubblica islamica dell’Iran. Metto in guardia i funzionari e il presidente della Cina dal farsi ingannare dall’ambiente sfarzoso dei paesi del Golfo Persico. Il presidente cinese ha dimostrato in questo viaggio di essere più ingenuo di quanto si poteva immaginare. Il governo cinese dovrebbe rispettare il Trattato di Shanghai. L’integrità territoriale dell’Iran è menzionata nell’articolo numero 2 del Trattato di Shanghai. Mi auguro che il presidente della Cina si consulti coi suoi consiglieri e si renda conto di ciò che è incluso negli statuti del Trattato di Shanghai».

Amirabdollahian allude al memorandum d’intesa con cui l’Iran è entrato a far parte nel settembre scorso della Sco, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai che riunisce Cina, Russia, India, Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Tagikistan e Uzbekistan.

Una reazione autolesionistica?

L’11 dicembre il Comitato per la sicurezza nazionale iraniano si è unito alle critiche, con una dichiarazione in cui si legge che «l’interferenza della Cina negli affari interni dell’Iran è in conflitto con una buona cooperazione internazionale». La stampa iraniana, sia quella legata al regime che quella considerata riformista, ha manifestato irritazione e preoccupazione.

Il riformista Ham-Mihan ha titolato: “L’inversione di rotta della Cina sull’Iran”. ll quotidiano Aftab ha pubblicato immagini di manifestanti contro le restrizioni per il Covid in Cina accompagnate dalla didascalia: “Il governo cinese ha sentito la voce dei manifestanti?”. Il riformista Etemad l’11 dicembre titola: “Qual è il piano della Cina per il Medio Oriente?”. Il governativo Iran scrive: «Con il pretesto della visita del presidente cinese a Riyadh, gli occidentali hanno lanciato un attacco al governo iraniano che avevano in programma. La dichiarazione congiunta è bastata a una fazione politica per definirla il tradimento della Cina nei confronti dell’Iran e anche il fallimento della politica estera del governo». Sharq titola: “Trucchi sauditi”.

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Può sembrare davvero autolesionistico che l’Iran reagisca con tanta durezza nei confronti della Cina, primo partner commerciale del paese con un interscambio di oltre 20 miliardi di dollari all’anno (prima delle sanzioni americane, che hanno costretto la Cina a evitare alcune esportazioni per non essere a sua volta sanzionata, erano ancora di più). Sta di fatto che il controllo delle tre isole del Golfo Persico è strategico: a causa della bassa profondità del fondale della zona, le grandi petroliere devono tutte passare necessariamente in un corridoio marittimo presidiato dalle due isole di Tunb Maggiore e Tunb Minore. Chi le controlla può condizionare il traffico marittimo.

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