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I 40 anni dall’arresto di Enzo Tortora, uno dei più grandi “orrori” giudiziari della nostra storia, ci richiamano ad una battaglia culturale ancora urgente

“Signori della corte, io sono innocente e spero che lo siate anche voi!”

Con queste parole il famoso giornalista e conduttore televisivo Enzo Tortora aprì una delle tante udienze che lo vedevano imputato per “associazione a delinquere”. In quel caso si trattò di uno dei più grandi “orrori” giudiziari della storia della Repubblica italiana, se non il più grande, poiché Tortora era completamente innocente: prima fu disposta contro di lui l’odiosa misura della carcerazione preventiva e con l’inizio del processo, nel 1985, furono dati gli arresti domiciliari.

Sotto una forte spinta popolare, arrivò la sentenza di condanna a 10 anni di reclusione. Fu assolto definitivamente dalla Corte di cassazione il 13 giugno 1987, a quattro anni dal suo arresto. Subito dopo la fine iniziarono a trapelare le prime notizie sulla totale infondatezza degli indizi che indussero gli inquirenti al suo arresto. Tortora morì a soli 59 anni per via di una grave malattia, che certamente fu aggravata dal suo calvario giudiziario.

Tangentopoli

Subito dopo venne Tangentopoli che riuscì non solo a spazzare via con un colpo di spugna la classe politica, ma rese anche i magistrati “voce incontestabile della verità”; anche questi filoni d’inchiesta furono dei processi mediatici, con gli imputati condannati dalla pubblica opinione prima ancora di essere anche solo ascoltati dagli inquirenti. Aveva ragione il leader socialista Bettino Craxi nel denunciare: “hanno creato un clima infame”.

Il giustizialismo

Negli ultimi decenni, in Italia e all’estero, abbiamo quindi assistito alla nascita di un virus apparentemente silente ma che ha avvelenato le nostre democrazie: il “giustizialismo”. L’atteggiamento di chi per convinzione personale o come interprete della pubblica opinione proclama la necessità che venga fatta severa giustizia (magari rapida e sommaria) contro coloro i quali sono anche solo accusati, rei quindi di essere imputati ed aver ricevuto un avviso di garanzia, di aver commesso dei reati.

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Questo si è inserito nella nostra società con veemente forza, anche per colpa di un sistema mediatico che ha fomentato questa stortura, surclassando nei fatti il pensiero garantista della nostra Costituzione (deducibile dall’art. 27) riguardante la presunzione di non colpevolezza. Questo modus operandi ha causato suicidi (durante Tangentopoli e non solo) e anche crisi di governo, si pensi al caso Mastella.

Riforma Nordio

E allora tocca farci promotori di una battaglia culturale per rovesciare questa discrasia che lede quel principio di innocenza sino a prova contraria, figlio dello stato di diritto e di quella cultura che parte dai grandi padri del diritto: Cesare Beccaria tra tutti.

È chiaro che la libertà della stampa è un qualcosa di imprescindibile – garantito per di più dalla nostra Carta costituzionale – tuttavia altrettanto inalienabile deve essere la tutela dell’immagine dell’imputato.

La soluzione sta nel mezzo, il Guardasigilli Carlo Nordio – nell’ottica di un’ampia riforma della giustizia – nel ddl approvato recentemente in Consiglio dei ministri ha giustamente proposto: stretta sulla pubblicazione delle intercettazioni da parte dei giornalisti, misure volte a contrastare l’applicazione delle misure cautelari (carcerazione preventiva) e la richiesta ai pm e i giudici di stralciare dai brogliacci e dai loro provvedimenti i riferimenti alle persone terze estranee al processo.

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