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Sor Pampurio arciscontento cambia di nuovo appartamento. Molte generazioni di bambini, cresciuti nella pancia del Novecento e oggi anziani, ricorderanno questo tormentone illustrato del Corriere dei piccoli. Sor Pampurio era il prototipo del piccolo borghese, affittuario di abitazioni sempre invivibili o insoddisfacenti; abitante di metropoli come Milano, in cui i rumori, il traffico, lo smog, le liti condominiali erano i segni della modernità. Anche i suoi domicili cangianti erano i primi segni d’irrequietezza e consumismo della vita moderna che generava logorio secondo la nota pubblicità di un amaro nella tv in bianco e nero (il carciofo anti-stress).

La scontentezza, soprattutto quella ostentata, era allora oggetto di scherno, ed era espressione non della classe operaia né della classe dirigente e possidente, ma di quel ceto medio, appena sopra il proletariato. Lo scontento permanente faceva sorridere ma era la spia di un disturbo psicologico, da disadattati. Poi diventò abito e atteggiamento, posa esistenziale, smorfia permanente sul volto, distacco dal prossimo e simbolo d’intelligenza, irrequietezza e protesta, operaia o giovanile. Ma era già un’altra epoca. Era arrivato il ’68 e cominciava il lungo inverno dello scontento, che durò molto più di una stagione(…).

Cosa è rimasto poi negli anni di quell’ondata contestatrice? Varie tracce, sparse e disordinate, ma soprattutto la fonte da cui aveva preso le mosse: l’intima, universale scontentezza che resta peraltro un tratto spiccato dell’italiano nel suo rapporto con la vita e soprattutto con il potere. E’ una vecchia storia, se vogliamo, prima del ’68, e anche prima di Sor Pampurio. Nel suo libro, L’Italia all’alba del secolo XX, pubblicato il 1901, Francesco Saverio Nitti già notava: “Pochi paesi sono più malcontenti dell’Italia: e se il malcontento, com’è stato detto, è segno di progresso e indice di elevazione, noi siamo veramente un paese da invidiare. Pur troppo però il nostro malcontento non deriva sempre in noi da cause buone, non è sempre indice di un desiderio di espansione e di ricchezza; è un malcontento fatto di rimpianti e di illusioni”. Erano da considerare le dominazioni subite dagli italiani; la sedimentazione secolare dello scontento e della diffidenza nei confronti di coloro che comandavano, considerati come corpi estranei al Paese, come eravamo stati abituati da secoli di servitù e di stranieri. Lo Stato appariva ai suoi sudditi come l’Oppressore, il Repressore, l’Esattore ed esercitava per così dire, “patrigna potestà” sul popolo. Da qui la diffusione del malcontento in un popolo già predisposto alla lamentazione, allo scarico delle responsabilità personale e alla protesta. Tutti tratti di un’endemica scontentezza da cui non è mai guarito.

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Nel sogno americano, l’ottimismo è obbligo sociale e filosofia di vita, come il diritto alla felicità è sancito dalla Costituzione. Difatti è schiacciante nelle indagini sociologiche la prevalenza degli americani che si dicono contenti; ma a giudicare dalla loro vita, le loro paure, la loro ansie sul lavoro, i loro corpi obesi e la loro cattiva alimentazione, gli stentati rapporti umani e il ricorso massiccio agli psicanalisti, si direbbe il contrario. Gli italiani si professano invece pubblicamente scontenti: si lamentano per vittimismo, per farsi compatire o per non suscitare invidia e malocchio; e per reclamare crediti dalla sorte. C’è perfino la voluttà dello scontento.

Un rimedio alla scontentezza è sempre stato per gli italiani il gioco: il calcio, le carte, il lotto e le lotterie, l’azzardo. Nel gioco gli italiani conservano una sorta di antico primato mondiale; un popolo giocoso, di giocatori e giocolieri che pratica il gratta e vinci e abbina lo spettacolo alle lotterie. Via di fuga puerile e favolosa, che interroga il caso o il fato, tenta la fortuna, con superstizione. Affidano al gioco la redenzione terrena dallo status di infelici. Una scorciatoia lieve, quando non è ludopatia, rispetto alla fatica, al merito, alla politica.

L’altra sublimazione antica dello scontento in Italia è l’ironia, in forma di sberleffo, caricatura, pettegolezzo, maldicenza, comicità e umorismo. Era la forma più diffusa, popolare ed elitaria, in cui si incanalava lo scontento; ma era anche la via per neutralizzarlo. Poche volte l’ironia ha acceso la miccia della ribellione; più spesso era un modo per accettare la realtà, pur sottolineandone l’ingiustizia e l’assurdo, come faceva a Roma Pasquino, la statua parlante per tre secoli, al tempo del Papa Re. L’ironia, se vogliamo, è la via brillante rispetto alla lamentela o lagna, dà voce all’eterno mormorio ma senza conseguenze pratiche né vere ribellioni. Lo sbocco principale dell’ironia non è cambiare le cose ma la battuta di spirito, l’invettiva smagliante e divertente; non modifica la situazione ma dona simpatia a chi la esercita; fa sorridere sopra le incongruenze ma si rassegna alla loro ineluttabilità. Dietro l’ironia si nasconde il fatalismo. Divertire viene da divertere, una diversione per non affrontare la realtà, non rimediare. La ribellione abortisce in una gag, riso amaro o tormentone.

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