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L’ex revisore generale del Vaticano, Libero Milone, sta facendo una battaglia legale contro la segreteria di Stato per le circostanze intorno alle sue dimissioni, nel giugno del 2017, alle quali a suo dire è stato costretto per via delle scoperte fatte nella sua attività di revisione dei conti: prelati che intascavano fondi vaticani, operazioni finanziarie sospette, flussi di denaro verso parenti di cardinali, consulenze da decine di milioni di euro per prestazioni non meglio precisate e molto altro.

Nell’atto di citazione, Milone parla di un «complotto» per «sbarazzarsi di un troppo curioso ed onesto supervisore delle questioni economiche», figura che del resto era stata voluta da papa Francesco, che aveva firmato un apposito statuto sull’ufficio del revisore e aveva ordinato di cercare fra professionisti di alto livello la figura adatta per mettere in pratica i propositi di trasparenza ampiamente sbandierati nella prima parte del pontificato.

Milone se n’era andato fra clamorose accuse di spionaggio – mosse principalmente dal cardinale Angelo Becciu (nella foto), allora sostituto della segreteria di Stato – e ipotesi di peculato per avere usato fondi vaticani proprio per controllare e pedinare figure della gerarchia.

Il successivo tentativo di mediazione con la segreteria di Stato è fallito e ora Milone chiede un risarcimento di 9,3 milioni di euro per una combinazione di danni morali, reputazionali e per mancati guadagni successivi alle sue dimissioni.

Di questa cifra complessiva, però, 3,5 milioni di euro sono richiesti per il revisore aggiunto, Ferruccio Panicco, il suo più stretto collaboratore che ha presentato denuncia insieme a lui, come risarcimento per il ritardo causato, a suo dire, dalla condotta del Vaticano nel diagnosticare un tumore alla prostata che ora è al quarto – e ultimo – stadio. 

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«Condannato a morte»

Panicco ha 63 anni e statisticamente ha tra il 20 e il 30 per cento delle probabilità di vivere per altri cinque anni. Il cancro gli è stato diagnosticato nella primavera del 2019, quando la situazione era già largamente compromessa, e sono seguiti cicli di chemioterapia, radioterapia e terapia ormonale.
Panicco dice però che l’improvvisa interruzione del percorso medico iniziato quando lavorava in Vaticano (nel periodo 2015-2017) è stata decisiva nel ritardare la diagnosi, arrivata poi quando il cancro era già a uno stadio avanzato.

Alla fine del 2016 gli esami fatti dai medici del Fondo assistenza sanitaria (Fas) vaticano avevano mostrato un aumento del Psa, l’antigene legato al cancro alla prostata, e i dottori avevano ordinato una serie di esami ulteriori per monitorare la situazione.

Sei mesi più tardi il percorso si è interrotto. I gendarmi hanno perquisito gli uffici dei revisori, motivando la cosa con i sospetti sull’attività di spionaggio. Hanno sequestrato tutto, compresa la documentazione medica personale che Panicco teneva per comodità in ufficio, dato che a Roma viveva in un bed&breakfast e nel fine settimana tornava a Torino dalla famiglia.

Quella documentazione non è mai stata restituita, dice Panicco, cosa che lo ha costretto a riavviare il complicato iter diagnostico presso un’altra struttura, in un’altra città. A conti fatti, sostengono i suoi legali, ha perso 12 mesi cruciali.

«Penso che, senza questo ritardo, la diagnosi sarebbe stata abbastanza precoce per non avere una malattia incurabile, visto che la sopravvivenza a 5 anni è al 95 per cento quando il cancro alla prostata è non metastatico», spiega Panicco.

In sostanza, quell’anno di ritardo potrebbe essergli costato circa 15-20 anni di vita.

I documenti

Rimane la questione dei documenti. Perché i promotori di giustizia vaticani hanno sequestrato anche documenti personali irrilevanti per l’indagine? E perché poi non li hanno restituiti, permettendo a Panicco di continuare il percorso di diagnosi senza interruzioni?

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Qui le versioni non coincidono del tutto. Pochi giorni dopo il sequestro, l’ex revisore aggiunto ha inviato una raccomandata con ricevuta di ritorno alla gendarmeria vaticana, all’attenzione dell’allora comandante, Domenico Giani, per chiedere la restituzione dei documenti personali. La lettera è stata ricevuta il 1° luglio del 2017, ma Panicco dice che nessuno ha mai risposto.

Oltre un anno più tardi, il 15 dicembre del 2018, dopo vari tentativi di ottenere le analisi, Milone e Panicco hanno incontrato il segretario di Stato, Pietro Parolin, chiedendo anche la sua intercessione per riavere la documentazione.

L’intervento di Parolin qualche effetto deve averlo prodotto, visto che qualche giorno più tardi Panicco ha ricevuto una chiamata del vicecomandante della gendarmeria, Costanzo Alessandrini, che ha detto che si sarebbero adoperati. Poi, silenzio.

Nell’incontro riferito da Panicco il segretario di Stato ha fatto anche una domanda logica: perché non è andato dai medici del Fas a richiedere una copia della cartella clinica? Risposta di Panicco: «Avevo paura di quello che mi sarebbe potuto succedere se fossi entrato in Vaticano».

Un altro ufficio?

Giani non ha voluto commentare la vicenda, ma fonti vaticane spiegano che la gendarmeria, dopo il sequestro, ha restituito a giugno agli uffici del revisore generale, retti dopo la cacciata di Milone da Alessandro Cassinis Righini, tutti i documenti non attinenti all’inchiesta, compresi computer, tablet, documenti personali e, si suppone, le famose analisi mediche.

Questo, sostengono le fonti, è avvenuto poche settimane prima che arrivasse la lettera in cui Panicco ne chiedeva la restituzione, lettera a cui la gendarmeria non ha risposto perché immaginava che fosse superata, avendo loro restituito tutto.

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Possibile dunque che i documenti siano rimasti abbandonati presso le stanze del revisore? Non lo sappiamo. Ma dal Vaticano sottolineano che la gendarmeria e i promotori di giustizia non avevano alcun interesse a tenersi quei documenti, ed evidenziano come il consulente avrebbe potuto tranquillamente chiedere copia delle analisi al Fas anche senza entrare nelle sacre mura, ma mandando una semplice e-mail.

Anche questa versione, tuttavia, non spiega perché i documenti non siano stati trovati e restituiti almeno dopo l’intervento di Parolin, che certo aveva il potere di ritrovare ciò che Panicco cercava disperatamente, in qualunque ufficio vaticano si trovasse. 

Ne andava della salute di una persona che ora accusa il Vaticano di essere «colpevole, non dolosamente, di avermi condannato a morte senza motivo dopo una lenta e significativa sofferenza». 

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